Giulio Romano, Lapidazione di S. Stefano

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Autore, Titolo dell'opera:

Autore: Giulio Romano

Titolo dell'opera: Lapidazione di S. Stefano

Data: 1524

Ubicazione: Abbazia di S. Stefano

Dimensioni: cm 200x300 ca.

Tecnica: olio su tavola

Descrizione dell'opera

In primo piano il Santo inginocchiato con le braccia aperte ha lo sguardo paziente rivolto verso l'alto, dove su una nuvola ci sono il Padre ed il Figlio, illuminati da una fonte di luce e circondati da angeli i quali sembra che tengano aperto il cielo trattenendo le nuvole con le mani. Il Santo è attorniato da una moltitudine di Giudei che hanno delle pietre nelle mani pronte per essere scagliate contro Stefano. Accanto al Santo c'è Saulo seduto sui suoi vestiti che protende la mano destra verso Stefano e lo sguardo verso l'alto. Alle spalle dei Giudei lapidatori si vedono le rovine di una città. Le figure sono collocate in pose artificiose e teatrali con l'esasperazione dei particolari anatomici e dei gesti.

La tavola si trova all'interno dell'unica grande navata della Chiesa, nella parete di destra al centro. Ai lati, verso il presbiterio, è consacrato un olio su tela di Bernardo Castello della fine del XVI sec. raffigurante una Madonna con Bambino; verso l'ingresso è conservata una tela attribuita a Vincenzo Malò e databile al secondo quarto del sec. XVII che rappresenta S. Ampelio morente.

L'opera va collocata nel periodo della pittura del Manierismo. All'uopo e' necessaria una breve premessa sullo stato della cultura artistica genovese nel primo quarto del XVI sec.. A Genova non si può parlare di Rinascimento, la cultura artistica locale rimane salda a forme tradizionali, nè avverte il nuovo clima dell'Italia centrale. La città resta ferma in una forma di cultura provinciale dove raramente si inseriscono artisti di altri regioni. La cultura artistica entra solo come fatto sporadico e marginale. In questo ambiente così lungamente eclettico e ritardatario accade agli inizi del XVI sec. un fatto importante: giunge la cultura dell'Italia centrale, romana e toscana, in modo improvviso e sconvolgente prima con Perin del Vaga, poi con Giulio Romano e la sua Lapidazione di S. Stefano. A Genova ci fu un forte disorientamento, di breve durata, ma che portò ad una evidente mutazione. Si tratta di una brusca interruzione, si passa improvvisamente ad una esperienza artistica non solo del tutto nuova, ma senza premesse di nessun genere e senza passaggi. Si aderì subito ai ritmi decorativi, alla creazione di effetti scenografici elaborati. Il Martirio di S. Stefano dovette impressionare per quella sua presentazione scenica imponente, per quelle sua luce intensa, per quella sua composizione "naturale" e insieme macchinosa. La mutazione è evidente, lo schema delle vecchie pale si apre a un nuovo suggerimento compositivo e spaziale che non si potrebbe spiegare senza il riferimento a Giulio Romano. La piena adesione all'esperienza di Giulio Romano si avvertirà nella nuova generazione di pittori con Andrea e Ottavio Semino e soprattutto con Luca Cambiaso. Fu lui ad accostarsi maggiormente alla teatralità spettacolare della rappresentazione della Lapidazione di S. Stefano di Giulio Romano.

Degna di accenno è la confusione creatasi, nei tre secoli intercorrenti tra gli scritti del Vasari e dell'Alizeri, sull'attribuzione della tavola. L'opera era diversamente imputata dagli esperti del tempo. Il Soprani, ricordandone il restauro eseguito da Francesco Spezzino, la cita come opera a due mani di Raffaello che ne esegue il disegno e di Giulio Romano che la completa. Sempre lo stesso Soprani la richiama allo stesso modo nella vita di Bartolomeo Biscaino il quale sotto la disciplina del pittore Valerio Castello esercitava a disegnare il S. Stefano di Raffaele o come altri vogliono di Giulio Romano. Un documento manoscritto del primo quarto del XVIII sec., conservato nell'Archivio Storico del Comune di Genova, conferma la consuetudine da parte dei conoscitori locali a considerare la tavola di S. Stefano opera di Raffaello , poichè elencando le opere di "Raffaello d'Urbino" presenti in Genova cita testualmente:"Martirio di S. Stefano, quadro d'altare in S. Stefano". Negli atti giudiziari di un processo per copie e falsi tra un tale Ottaviano de Ferrari contro il pittore Gio.Lorenzo Bertolotto, risulta che un gran numero di pittori genovesi dell'epoca, citati in qualità di testimoni, dovendo rispondere alla domanda specifica sull'autore della Lapidazione di S. Stefano dimostrano palesemente di essere in difficoltà, infatti gli stessi seppur con esperienze romane avevano una scarsa conoscenza di originali di Raffaello a Genova. Nel Seicento era frequente ovunque in Italia attribuire con disinvoltura opere a grandi maestri quali Raffaello e Tiziano. La Lapidazione di S. Stefano aveva rappresentato a Genova per lungo tempo più che un pregevole esempio della produzione pittorica di Giulio Romano, uno dei punti più alti della diffusione del modello raffaellesco. Giulio Romano fu il discepolo più dotato di Raffaello, impressionanti sono le analogie della Lapidazione con la Trasfigurazione. Si ponga, ad esempio, l'attenzione sulla luce nella parte superiore o sul richiamo iconografico e stilistico leggibile nella parte inferiore. La Trasfigurazione fu l'ultima opera dell'illustre maestro, portata a compimento, dopo la sua morte, proprio da Giulio Romano. Sarà l'Alizeri nella prima Guida a restituire la paternità a Giulio Romano di una tra le sue opere più belle, la Lapidazione di S. Stefano.

Il Dipinto fu commissionato a Giulio Romano da Gian Matteo Giberti, che entrato al servizio di Giulio de Medici nel 1513 fu gratificato di diversi benefici, tra i quali l'Abbazia di S. Stefano in Genova.

Fonti

Federico Alizeri, Guida artistica per la città di Genova, giornata seconda, Genova 1846, : "Maestosa composizione, nella grazia e maestria di ogni nudo nella diversa espressione delle molte figure che riempono la scena, loda in special guisa quella gloria ove Cristo siede alla destra del Padre che è cosa veramente celeste non dipinta", (online sul sito http://www.fosca.unige.it/fonti.php).

Giorgio Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti. Edizione integrale con introduzione di Maurizio Marini (Collana I Mammut), Roma, Newton Compton Editori, IV edizione, 2010, pagg. 866 - 880: "Nella quale tavola, che è per invenzione, grazia e componimento bellssima, si vede, mentre i Giudei lapidavano S. Stefano, il giovane Saulo sedere sopra i panni di quello. Insomma non fece mai Giulio più bella opera di questa, per le fiere attitudini dei lapidatori e per la bene espressa pazienza di Stefano il quale pare che veramente veggia sedere Gesù alla destra del Padre in un cielo dipinto divinamente".

Raffaello Soprani, Le Vite de Pittori, scultori et architetti genovesi e de forestieri che in Genova operarono, Genova, 1674. (online su Google Books).

Bibliografia

Migliorini, Maurizia/ Assini, Alfonso, Pittori in Tribunale. Un processo per copie e falsi alla fine del Seicento (Collana Appunti d'Arte), Nuoro, Ilisso Edizioni, 2000, pagg. 56-61.

Gavazza, Ezia, Note sulla pittura del "Manierismo" a Genova, in: Critica d'Arte, 1956, nn. 13-14, pagg. 96-99.

Giannini, Rino, Abbazia di S. Stefano. Brevi cenni storici, Edizione della parrocchia di S. Stefano, Genova, senza datazione.

Compilatore:

Nome compilatore: Antonella Tuscano

Data: 28 ottobre 2010

Nome revisore Antonie Rita Wiedemann

Responsabile: Maurizia Migliorini

Immagini

Immagine:Lapidazione di S. Stefano.jpg


Lapidazione di S. Stefano

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