Antoon van Dyck

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(Anversa1599 - Londra1641)


  • La giovinezza ad Anversa

Antonie van Dyck appartiene ad una ricca famiglia borghese commerciante in seta di Anversa. Antonie nasce dal secondo matrimonio del padre (con Maria Cupers 1590) ed è il settimo di undici figli. In quel periodo i rapporti fra la Spagna e la repubblica delle Province Unite, le sette province dei Paesi Bassi del Nord che si erano rese indipendenti dalla Spagna nel 1579, paiono aver raggiunto un certo equilibrio, che offre una cornice serena ai suoi primi anni di vita. Si dice che sia stata la madre, ricamatrice di talento, ma che muore quando Antonie aveva otto anni, a suscitare nel figlio l’interesse per l’arte. Nel 1609-1610 è apprendista nella bottega del pittore Hendrik van Balen (1575-1632), autore di quadri religiosi e profani, una delle figure di spicco della pittura locale e dal quale apprende la tecnica più che lo stile Tra il 1613 e il 1614 lascia lo studio di van Balen e verso il 1615 ne apre uno indipendente. Conosce Rubens, di cui diventa amico e collaboratore, copiandone il modo di fare. Durante il primo periodo della sua produzione van Dyck si afferma in due diversi generi: la pittura di storia, con temi religiosi o mitologici che gli impongono di imparare a dipingere su grande scala, e la ritrattistica, che sarà più avanti l’espressione più originale della sua arte in cui raggiungerà le vette più alte e nella quale si afferma subito con la genialità dell’osservatore profondo. Nel ritratto il giovane Antonie dimostra di avere un approccio diverso da quello dell’amico Rubens. Se nella genesi del ritratto Rubens unisce la conoscenza dei modelli del rinascimento all’osservazione diretta, van Dick è invece più intuitivo e si inserisce nella grande tradizione del Nord fatta di osservazione e realtà immediata, dando alle sue immagini, fin dagli inizi, un’impronta del tutto personale. Del 1618 sono il: -Ritratto d’uomo che si infila i guanti (Dresda, Gemäldegalerie) -Ritratto di uomo, Ritratto di donna (Vaduz, collezione Liechtenstein). In tutti si trova una presentazione della figura di tre quarti, un fondo neutro di colore grigio sul quale risaltano le marezzature dei vestiti, il bianco della gorgiera pieghettata che cinge il collo e che mette in risalto il volto sul quale si fissa l’attenzione, mentre le mani rivelano un trattamento meno rifinito. A contatto con l’opera di Rubens, van Dyck arricchisce la sua vena ritrattistica affrontando con successo il ritratto di gruppo. Nel Ritratto di famiglia (San Pietroburgo, Ermitage) introduce una pennellata più morbida e un realismo intimista. Un esempio felice di ritratto di coppia è costituito dal Ritratto di Frans Snyders e di sua moglie Margareta de Vos (Kassel, Statiche Kunsthalle) in cui Van Dyck raggiunge un equilibrio perfetto nella presentazione di marito e moglie sullo stesso piano, affidando alle mani il compito di simboleggiare la loro unione, mentre lo sguardo esprime la tenerezza reciproca e la loro dignità. La tela è tra le più elaborate della produzione di van Dick, che ne preparò alcuni studi dipinti relativi ai volti e ne dette una interpretazione più maestosa nei dipinti di tre quarti, dedicati a ciascuno dei coniugi, in cui i personaggi si stagliano su un fondo di drappeggi.


  • Primo soggiorno in Inghilterra

Dalla metà del 1620 al febbraio del 1621 van Dyck è in Inghilterra. Questo primo soggiorno a Londra ebbe una influenza profonda sul futuro del giovane artista. Le opere di questo periodo sono testimoni di una libertà creativa dovuta ad un ambiente diverso da quello in cui l’artista era cresciuto. Il ritratto di Sir George Villiers futuro duca di Buckingham e sua moglie Katherine Manners ritratti come Venere e Adone (Malibu, John Paul Getty Museum), è un raro esempio di ritratto allegorico in cui il gusto pastorale e mitologico che si ispira a Tiziano, colpisce per il suo anticonformismo. Quest’opera non poteva certo vedere la luce nell’Anversa della riconquista cattolica.


  • Viaggio in Italia

Il 3 ottobre 1621 Antonie van Dyck parte per l’Italia per soddisfare una consuetudine degli artisti fiamminghi. Nello studio di Rubens, divenuto un centro della conoscenza dell’Italia grazie alla presenza di copie, disegni, originali dell’antichità classica, del Rinascimento romano, di pittori veneziani, Antonie aveva potuto apprezzare questa cultura verso cui si dimostrava particolarmente sensibile. In Italia van Dyck allarga la sua cultura e affina la sua tavolozza. Qui visita Genova, Roma, Venezia, Padova, Firenze, Mantova, Palermo. Il 20 novembre arriva a Genova e va ad abitare presso i fratelli Luca e Cornelis de Wael, pittori e mercanti d’arte di Anversa stabilitisi nella Dominante dal 1610. a questo luogo fa capo per spostarsi in tutta l’Italia, fino al 1627. Al suo arrivo a Genova, alla cui locale aristocrazia viene presentato, van Dyck aveva già dipinto trecento quadri e riempito di disegni centinaia di fogli. Nel febbraio del 1622 Antoine arriva a Roma, dove conosce l’arte dell’antichità e del Rinascimento. Si trasferisce poi a Venezia via Firenze. Qui ammira le opere di Tiziano e Veronese ritrovando nei colori di questi maestri gli insegnamenti di Rubens. Passa per Mantova e ha l’occasione di studiare la celebra galleria dei Gonzaga prima della sua dispersione. Ritorna ancora a Venezia dove incontra Luca van Uffel del quale esegue alcuni ritratti. Nel 1623 van Dyck torna a Roma dove dipinge alcuni ritratti andati perduti del cardinale Maffeo Barberini, che diventerà papa col nome di Urbano VIII. Esegue inoltre ritratti dell’amatore d’arte inglese George Gage (Londra, National Gallery) e di Sir Robert Shirley e di sua moglie Lady Teresa Sherley in costume turco (Petwort House- Gran Bretagna, National Trust). A Roma non si integrò nell’ambiente artistico dei suoi conterranei, i quali avevano formato una “banda di pittori” (schildersbent) che comprendeva in maggioranza paesaggisti e caravaggeschi olandesi i quali rifiutavano i principi accademici. Il suo modo sfarzoso di vestire, l’abitudine di farsi accompagnare da servitori e la frequentazione di personaggi altolocati, fecero nascere invidie e maldicenze sul suo stile di esecuzione delle opere rapido e sicuro. Di ritorno a Genova, viene chiamato nel 1624 a Palermo dal viceré Emanuele Filiberto di Savoia, pronipote di Carlo V, del quale esegue il ritratto (Londra, Dulwich Picture Gallery) dipinto in maniera da ricordare il suo illustre antenato. Il soggiorno di van Dyck in Sicilia è l’episodio più sensazionale del suo viaggio in Italia. Si svolge verosimilmente nell’aprile-settembre 1624. L’isola era unita per via dinastica con le Fiandre: gli alti funzionari fiamminghi prestavano servizio nelle diverse terre della Corona di Spagna; i pittori li seguivano, anche se in misura minore, ragion per cui la presenza di van Dyck nell’isola riveste un’importanza particolare e contribuirà a definire un’intera corrente della pittura siciliana del XVII secolo attorno a Pietro Novelli, detto il Monrealese. A Palermo Antonie assiste alle feste popolari della Commedia dell’arte palermitana e anche ad una processione di autodafè dell’Inquisizione. Incontra anche Sofonisba Anguissola, all’epoca più che novantenne e ormai quasi cieca. Di tutto questo viene conservato il ricordo nel suo “Taccuino italiano”. Il 14 luglio 1624 alcuni monaci francescani ritrovano in una grotta le reliquie di santa Rosalia. Van Dyck crea l’iconografia della santa, divenuta patrona di Palermo per aver scacciato la peste dalla città. Dopo il suo ritorno dalla Sicilia e fino al 1627, van Dyck risiede a Genova, a parte un breve viaggio in Provenza. Genova, punto di riferimento del soggiorno italiano, con il suo ricco patriziato di banchieri e commercianti, è un teatro e una cornice ideale. In questo periodo van Dick è soprattutto un ritrattista, in particolar modo di personaggi trattati in piedi, pur continuando a trattare temi religiosi e mitologici. Non è possibile stabilire l’esatta cronologia di gran parte delle opere di questo periodo, vista la mancanza di contratti. Anche l’identificazione dei modelli che hanno posato per l’artista resta incerta, il più delle volte a causa della presenza dei ritratti di van Dyck nei palazzi storici di Genova, fatto che ha portato a ritenere membri delle famiglie proprietarie di quei palazzi i personaggi dall’identità sconosciuta. Va tenuto pure in conto il fatto che van Dyck aveva un atelier e dei collaboratori, e che molte delle sue opere sono state più tardi imitate. L’impatto dell’arte di van Dick a Genova fu decisivo: i maestri della pittura ligure di storia si ricorderanno della sua lezione e l’immagine dell’aristocrazia genovese quale la vide van Dyck rimarrà la stessa per due generazioni.


  • Dipinti storici e ritratti italiani

La produzione religiosa di van Dyck pone di fronte a una difficoltà che la critica non ha mai affrontato fino in fondo. Alcune opere religiose, in particolare Madonne vennero dipinte in Inghilterra per la regina Enrichetta Maria e mai più ritrovate, a meno che tali opere non si nascondano sotto tele datate anteriormente. Accade infatti che Van Dyck conservi dopo il periodo italiano dei modi che si collegano direttamente a quanto l’artista aveva sperimentato nella penisola. Le differenze vanno ricercate: nei colori più fluidi e cangianti, nei tocchi di pennello più larghi, nelle tele dalla trama meno sottile che determina uno strato di colore meno liscio, negli impasti più generosi alla maniera italiana. Nel suo periodo italiano l’artista rinnova il tipi di Cristo in croce, rappresentato con grande pathos, dalla figura molto allungata e spesso con le braccia tese verso l’alto e poco divaricate. La tipologia vandickyana trova gli esempi più puntuali e drammatici nelle tele di palazzo reale a Genova, dell’Accademia a Venezia e di Capodimonte a Napoli. In Italia van Dyck non esegue molti dipinti di soggetto profano. Le età dell’uomo (Vicenza, Museo Civico d’arte e storia), che appartenne alla collezione di Carlo II Gonzaga Nevers a Mantova, è un’allegoria risolta dall’artista in modo molto originale, malgrado i riferimenti classici, i rimandi a Tiziano e a Giorgione e nonostante un certo gusto rubensiano. Opera profonda sulla fragilità della vita umana, presenta una serie di personaggi (la coppia formata da una giovane donna con in mano alcune rose che stanno appassendo e da un compagno più vecchio di lei, un bambino che dorme e un vecchio che se ne sta andando) in grado di commuoverci. Ma l’attività principale di van Dyck in Italia è quella di ritrattista. I suoi ritratti sono spesso di grandi dimensioni, con i personaggi raffigurati a grandezza naturale. L’artista riesce a farci condividere la concezione aristocratica della società alla quale appartengono i suoi modelli, l’etichetta che contraddistingue quel mondo, il rispetto delle convenzioni: un modo di essere tutto esteriore. Ma nello stesso tempo van Dyck trascende i bisogni di questa aristocrazia e le offre un’immagine di se stessa che non può che renderla entusiasta: un ruolo creatore, quello di Antonie all’interno di un’immagine stessa che una società vuole dare di sé, che l’artista tornerà ad avere nell’Inghilterra di Carlo I. Il rapporto tra il ritrattista, i suoi modelli e l’ambiente che raffigura assolve qui una funzione molto rara. Oggi la nostra visione degli ambienti aristocratici genovesi e della corte inglese è indissociabile dall’interpretazione datane da van Dyck. Ciò che colpisce nei ritratti di grandi dimensioni è il loro carattere maestoso, accentuato dall’uso di una moda alla spagnola, una profonda capacità di osservazione e di resa psicologica delle figure, senza bisogno di un simbolismo particolare. Poco numerosi i ritratti di coppia, sempre divisi in due tele che costituiscono una il pendant dell’altra. Molti sono invece i ritratti di bambini raffigurati con i loro genitori o da soli. Indubbiamente questi delicati soggetti non sono frutto di invenzione, ma van Dyck riesce comunque a rinnovare il tema del ritratto infantile che in seguito svilupperà nei diversi dipinti dedicati ai figli di Carlo I d’Inghilterra. Van Dyck ci ha anche lasciato molto spesso il ricordo della fisionomia dei suo amici pittori e degli amatori d’arte incontrati in Italia. Il più originale e affascinante di questi dipinti è il doppio ritratto di Cornelis e Lucas de Wael (Roma, Pinacoteca capitolina). (7)


  • Ritorno in Patria

Van Dyck torna dall’Italia accompagnato da una grande reputazione. Gli anni successivi al suo rientro sono all’insegna di un' intensa attività che è testimone della sua maturità e della sua capacità di sintesi, riuscendo a conservare degli anni italiani gli sviluppi della sua arte e ad adattarli allo specifico del Nord e alle richieste dei collezionisti, cosa che spiega l’impronta particolare delle opere in questo periodo. Nel 1628 il pittore entra al servizio dell’infanta Isabella. Nel settembre-ottobre 1631 Antonie riceve nel suo atelier la regina di Francia Maria de’ Medici e il suo secondogenito Gastone d’Orleans, allora in esilio. Nel 1629 entra in rapporto col re Carlo I d’Inghilterra. Nel 1632 l’artista si reca nuovamente in Olanda. Van Dyck riceve in questi periodo molte commesse religiose. Van Dyck dà alle sue interpretazioni del Mito, poco numerose, una leggerezza di fattura, un’atmosfera poetica, un’eleganza di forme che funge da contrappunto ad un’iconografia ricercata, malgrado la sensazione di immediatezza che si prova a tutta prima. Sviluppando le forme tizianesche, ricordandosi delle forme di Rubens nel trattare le scene profane, van Dyck conferisce al genere un carattere molto laico, in cui la bellezza e la poesia si fondono. Ad Anversa prosegue la sua attività di ritrattista brillante e ricercato. I suoi clienti provengono da tutte le classi sociali. Alcuni di questi ritratti conservano l’aspetto delle opere genovesi, adottando per l’abbigliamento dei personaggi la moda del Nord, come nel ritratto di ignoto col figlio e Ritratto di ignota con la figlia (Parigi, Louvre). Di solito, però, l’artista ripropone modelli più semplici, ritratti a mezzo busto o di tre quarti, qualche volta a figura intera e in piedi. I personaggi ufficiali vengono a farsi ritrarre da lui, come l’Infanta Isabella Clara Eugenia (Torino, Galleria Sabauda) o come Don Carlo Colonna (Bayonne, Musée Bonnat). Ma una grande parte dei suoi modelli sono di Anversa, generalmente letterati o artisti (Ritratto del gesuita Jean Charles Della Faille, Bruxelles-MuséeRoyal desBeaux Arts) Da questa galleria di ritratti nasce in van Dyck l’idea di mettere insieme una vera e propria iconografia, ovvero una raccolta di incisioni dedicate alle celebrità del tempo. La scelta dei soggetti verte soprattutto sui personaggi del Nordeuropea (del periodo italiano salverà quelli degli artisti e del duca Carlo Emanuele I di Savoia, cognato di Carlo I d’Inghilterra), ma con una proporzione importante di pittori e letterati che ne determina l’originalità. Van Dyck vorrà cimentarsi lui stesso nell’acquaforte e il primo stato di sedici ritratti di artisti, tra cui il proprio, è dovuto alla sua mano. La prima edizione dell’Iconografia, pubblicata quando van Dyck era ancora in vita, conteneva novantacinque tavole. Quest’opera offre un vasto panorama di personaggi militari e politici, di nobili dame, di letterati e artisti derivati da dipinti e disegni di van Dyck, ma anche da alcuni suoi piccoli chiaroscuri, opere provenienti, di solito, dal suo atelier.


  • Viaggio in Inghilterra

Alla fine del marzo del 1632 van Dyck arriva a Londra dove rimane pressoché stabilmente fino al 1641, anno della sua morte. Là diventa primo pittore del re alla corte di Carlo I d’Inghilterra, trovando un accordo perfetto con il principale mecenate dell’epoca, al tempo stesso grande collezionista e sensibile alle realizzazioni dell’arte contemporanea. Coi suoi servitori, prende alloggio a spese del re, che paga per lui quindici scellini al giorno, presso Edward Borgate, autore di un trattato sulla pittura miniata. In seguito Antoine si stabilisce a Blackfriars, vicino a Londra, fuori della giurisdizione della gilda dei pittori locali, la Painters-Stainer’s Company. E’ a questo periodo che si riferisce la descrizione del suo metodo di lavoro fatta da Bollori, che parla di un criterio al tempo stesso copioso e fastoso, unito ad uno stile di vita sontuoso. La protezione reale gli assicurava in effetti una vasta clientela. Il 5 luglio 1632 viene conferito a van Dyck un titolo nobiliare. A partire da questa data dipinge i ritratti del re, della regina e dei loro figli. Da quel momento l’artista risiede stabilmente in Inghilterra, fatta eccezione per un periodo di assenza nel 1634-1635, quando compie un viaggio nei Paesi Bassi. A Londra, nel 1639, si sposa con Mary Ruthven, dama d’onore della regina Enrichetta Maria e nata da nobile famiglia scozzese. Nel settembre del 1640 si reca ad Anversa, nel 1641 soggiorna a Parigi e nei Paesi Bassi, rientrando a Londra in dicembre. Qui muore il 9, nella sua residenza di Blachfriars. L’11 è sepolto nella cattedrale di Saint Paul. La sua tomba è scomparsa nel grande incendio di Londra del 1666. L’immagine che abbiamo oggi di quel periodo inglese di van Dyck è soprattutto quella di un ritrattista vicino al genio, dotato di rara felicità di esecuzione delle sue figure, di una maturità tale da rendere affascinante un contesto sociale a volte ingrato. I dipinti religiosi in questo periodo sono piuttosto rari, come poche sono le opere conservate di soggetto profano, esclusi naturalmente i ritratti. In Inghilterra van Dyck si prepara a dare libero corso al suo talento, pronto a trasmettere la sua propria visone alla società inglese che si sviluppa intorno al re, alla famiglia reare, alla corte. La serie dei ritratti d’apparato delle collezioni reali inglesi ci offre dipinti quali Carlo I a cavallo. Partendo come artista quasi autodidatta, visto che del suo apprendistato presso Hendrik van Balen non ha conservato che la perfezione della tecnica virtuosistica dei pittori del Nord, fortemente influenzato dal modello anversano di Rubens e giunto attraverso di lui alle fonti italiane del rinascimento veneziano, van Dyck, fiammingo quando lavora ad Anversa per i suoi concittadini, diventa un artista universale quando conquista e seduce l’Italia e quindi l’Inghilterra.

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