Cattedrale di S. Lorenzo

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La chiesa è dedicata a San Lorenzo Martire. Gli scavi dentro la Cattedrale hanno restituito muri e pavimenti di epoca romana e sotto il sagrato, sono stati ritrovati sarcofagi precristiani che lasciano supporre l'esistenza di un cimitero pagano.
Sull'area, è stata in seguito edificata una basilica, luogo di culto dei primi cristiani.
La chiesa attuale, anche se esistente già dal V-VI secolo risale, secondo molti storici, alla seconda metà del IX secolo.
Essa affiancò prima, e sostituì poi, nella funzione di cattedrale, la Basilica dei Dodici Apostoli, l'originale domus episcopale che, già nel VI secolo, era dedicata a San Siro, vescovo di Genova.
La cattedrale, pur essendo ancora incompiuta, fu consacrata da Papa Gelasio II il 10 ottobre 1118.
Papa Innocenzo II la elevò a Metropolitana, sottraendola a Milano il 20 marzo 1133, cosicchè ai presuli genovesi spetta, da questa data, il titolo di arcivescovi.
Il trasferimento della cattedrale favorì l'urbanizzazione della zona che, con la costruzione delle mura, nel 1155, e la fusione dei tre antichi nuclei urbani (castrum, civitas e burgus) divenne il cuore della città.
Il sagrato di S. Lorenzo, in una città senza piazze e priva di sede per il potere laico, è stata, per tutto il Medioevo, l'unico spazio pubblico; gran parte della vita politica e civile aveva qui, un naturale palcoscenico.
La Cattedrale di San Lorenzo con le sue impronte di stile romanico, gotico, barocco ed alessiano, ha subito, nel corso dei secoli, lunghe, complesse e burrascose vicende edilizie ed è stata teatro dell'opera di numerosi artisti.

Nella sezione Guide sono raccolte le descrizioni che i diversi autori (Ratti, Bertolotti, l' Anonimo Genovese, Alizeri, Banchero e Burckhardt) hanno riportato della Cattedrale genovese.
Le Guide si caratterizzano, per loro stessa natura, per una descrizione puntuale delle varie parti che compongono l’edificio. Tutti i testi di cui ci siamo occupati partono da nozioni di carattere storico: si parla del primo edificio religioso dedicato a San Lorenzo, del trasferimento della sede vescovile dalla Basilica dei SS. Apostoli, dell’inaugurazione fatta, nel 1118, da Papa Gelasio II.
Tutti questi scrittori,descrivono inizialmente la facciata della cattedrale, ammirata per la ricchezza di marmi e l'opulenza di rilievi e statue; passano poi in rassegna l’interno, elencando le cappelle e soffermandosi sugli affreschi, le tavole e le decorazioni. Non vengono tralasciati il coro, l’organo e le sacrestie e non mancano, inoltre, le parti dedicate al Tesoro di San Lorenzo, a cui abbiamo preferito dedicare una sezione separata.

I Viaggiatori invece prendono nota di ciò che maggiormente li colpisce.
Hawthorne, strabiliato da tanta meraviglia, così scrive: «Forse il modo migliore per farsi una vaga idea del tutto è immaginare un piccolo scrigno, tempestato all'interno di pietre preziose, e tanto da non lasciare scoperto nemmeno lo spazio d'un capello, e poi immaginare che questo scrigno assuma le dimensioni di una grande chiesa, senza perdere alcunchè dell'eccezionale gloria racchiusa nelle sue dimensioni originarie ma, anzi, col suo grazioso lucore reso sublime dalla immensità successiva». In ogni caso, la maggior parte dei viaggiatori, apprezza molto l’architettura gotica e l’alternarsi del marmo bianco a quello nero. Dumas fa inoltre notare che, anche se molte chiese d’Italia presentano lo stesso rivestimento, San Lorenzo ha la particolarità di essere terminata ed apprezzabile quindi nella sua interezza.
Da tali pareri favorevoli si discostano Stendhal, che considera i marmi bianchi e neri «cosa più strana che gradevole» e Lemonnier, che considera la Cattedrale troppo fastosa, a causa delle dorature e dell’uso dei marmi.
Si ammirano poi le scale vigilate dai leoni, le colonne di marmo, le statue (Méry e Valéry), gli affreschi brillanti su tutto il soffitto e le cupole (Hawthorne), il quadro di Giulio Romano (Stendhal), il piatto di smeraldo in cui si dice che Cristo consumò la cena (Dumas), gli argenti, gli ori, le gemme (Hawthorne), i tre portali bizantini (Flaubert).
Lady Sidney Morgan paragona curiosamente il bassorilievo in facciata raffigurante il martirio di S. Lorenzo all’insegna di una rosticceria, a causa delle elevate proporzioni della graticola.
Dickens visita la cattedrale in occasione della festa di S. Lorenzo e descrive come gli interni addobbati di rosso illuminati dalla luce del sole al tramonto creassero un "effetto superbo"; e come, tramontato il sole, la chiesa rimanga immersa in un’oscurità rotta solo da pochi ceri che ardono sull’altare maggiore e da lampade d’argento, creando un effetto "assai misterioso e impressionante".
Ultime opere citate dai viaggiatori che passarono per Genova nel periodo da noi esaminato, sono le statue di Adamo ed Eva (Flaubert), la Cappella di S. Giovanni Battista e il ritratto della Vergine eseguito da S. Luca (Twain).


                                                                    E.F. - P.B. 


--Claudia Peirè 17:31, 2 Jun 2010 (CEST)


Contents

Le Guide

Carlo Giuseppe Ratti, descrive così la cattedrale: «S. Lorenzo, la prima, come scrivono alcuni, a tal santo da' fedeli dedicata, e come altri aggiungono, eretta in quel sito medesimo, dov'era la casa in cui albergò il santo Levita, passando in compagnia di S. Sisto per Genova nell'andare da Spagna in Roma. Essa però non fu la prima Cattedrale della città; essendo la Vescovil Sede stata prima lungo tempo nella Basilica de' SS. Apostoli, chiamata ora Chiesa di S. Siro trasferita in questa nell'anno 989. Fu bensì solennemente consecrata al Sommo Pontefice Gelasio II nel 1118, ed inalzato il suo Pastore da Papa Innocenzo II alla dignità di Arcivescovo nel 1130. Ella è d'architettura gotica, prende in larghezza 100, ed in lunghezza trecento, e più palmi genovesi. Vedesi al di fuori tutta incrostata di marmi bianchi e neri, siccome ancora la gran torre, ossia il Campanile, che sorge da un lato. Sei grandiose porte vi danno l'ingresso, tre laterali, cioé una dalla parte del vangelo, due dalla parte dell'Epistola, e tre nella facciata ricca di bassi rilievi, intagli, e numerose colonne di marmo antico di vario colore, di mole, altezza, e struttura diversa. Salita la spaziosa scala di pietra, entrando per una di dette porte vedrete l'interno di un sì magnifico Tempio diciso in tre navi sostenute da sedici alte, e grandi colonne di pietra dura, sulla cornice delle quali altrettante ne posano, che raddoppiano il cornicione, e gli archi. Dela vaga struttura, che ha di presente il coro, il presbiterio, e la gran cupola se ne deve laude a Galeazzo Alessi Perugino che ne formò il disegno. Ma per vagheggiare le Scolture, e Pitture insigni, che adornano questo sacro edifizio, dopo aver osservato sulla porta maggiore il deposito di Leonardo Montaldo morto nella dignità di Doge l'anno 1384, volgerete l'occhio al secondo, terzo, e quarto altare della nave a man dritta, tutti di buona architettura e di bei marmi ornati, eretto il primo da Giambattista Fieschi, e Giulia sua consorte, de' quali vi si vedono i depositi con busti in marmo, e colla tavola di Cristo ascendente al cielo, di mano di Gerolamo Piola. La tavola dell'altro entrovi S. Cottardo è di Luca Cambiaso, e quello di S. Caterina Martire ha la tavola dipinta dai fratelli Cesare, ed Alessandro Semini.
Segue l'altro dedicato a N.S. del Soccorso, avanti la cui immagine fanno corona le molte lampadi, che vi ardono di continuo, i numerosi voti di bandiere, ed altre insegne barbaresche da prodi, e vittoriosi Genovesi quivi recate, ed appese. Sulla porta, che segue, è un antico deposito eretto ad un Signore della Famiglia Fiesca; e due altresì se ne vedono di Personaggi delle case Doria, e Negrona a' fianci della prossima cappella delle sacre Reliquie con buon gusto ornata d'architettura, figure, e bassi rilievi in marmo. Qui sopra è un organo, maestoso per intagli in legno, di Gasparo Forzani Lucchese, e par altri in marmo, e Pitture negli sportelli di Giovannandrea Ansaldo Genovese. V'ha in uno di essi al di dentro S. Lorenzo, che battezza S. Romano, e nell'altro lo stesso Santo Diacono, che illumina un cieco. Ambi poi chiusi insieme formano un sol quadro in fuori, in cui scorgesi l'apertura di un nobile tempio, e dentro ad esso il santo in atto di distribuire a' poveri vasi d'oro, e d'argento della Chiesa. In testa alla nave medesima è la sontuosa cappella fatta fabbricare con nobil magnificenza dal dottissimo e savissimo Doge Matteo Senarega l'anno 1596., di cui vi si vede la statua, con altra di Giovanni Senarega lavorate con maestria da Taddeo Carlone. Ella è tutta in marmo bianco di maestosa architettura, ed ha sei altre statue che sono dei Vangelisti, e de' SS. Stefano, ed Ambrogio, fatte da Pietro Francavilla Fiammingo. La preziosa tavola, che orna l'altare entrovi il Santissimo crocifisso, la Vergine Madre, S. Giovanni, e S. Sebastiano è opera dell'esimio Federico Baroccio. Nel soffitto però, e nella tribuna ha dipinto a fresco con bravura sul principio del corrente secolo le più eroiche gesta di S.Sebastiano, ed alcune virtù il nostro pittore Giovannandrea Carlone. Fermandovi ora in mezzo avanti l'altar maggiore osserverete primieramente in esso la bella statua della Reina del Cielo col divino Pargoletto, ed Angioli, che la coronano, gittata in bronzo da Giambattista Bianchi Lombardo. Volgerete poscia lo sguardo al maestoso Presbiterio, e Coro, e mirerete sì l'uno che l'altro ricco di fregi, e marmi di vario colore con quattro gran nicchie sostenute da preziose colonne, entro le quali sono le statue dei vangelisti, con bassi rilievi al di sopra ad esse alludenti, e son queste scolture di artefici lombardi, eccettuatane però quella di S. Gio. Evangelista, che si sa essere del Montorsoli Fiorentino. L'architetto, ed ornatista di quelli lavori fino al cornicione sappiamo essere Rocco Pennone Lombardo, la volta messa ad oro, ed a stucchi senza risparmio, è disegno di Lazzaro Tavarone Pittor Genovese, il quale nel grandioso spazio di mezzo v'ha espresso il martirio di S. Lorenzo, e nella tribuna lo stesso Santo, che in mezzo a folto stuolo di poverelli di Cristo addita al Tiranno i depositari de' ricercati tesori, ed a' fianchi di questa pittura stanno effigiati i Santi Protettori della Città. Meritano anche d'essere osservati i sedili del coro per studiosi lavori a tarsia: lavoro di Giovan. Francesco Zabello Bergamasco. Proseguendo l'ordine delle cappelle segue quella de' Signori Lercari in faccia all'altra nave ornata di stucchi, marmi, e pitture da due valentissimi Professori quai furono Giambattista Castello, detto il Bergamasco, e Luca Cambiaso Genovese. La Gran Vergine Assunta in Cielo, la sua coronazione dipinte a fresco nella volta, con immagini di Profeti dai lati di essa, la statua in marmo della speranza, tutti gli ornamenti d'achitettura in istucchi, e marmo, e di prospettive in pittura son lavori del Bergamasco, il quale ha mostrato quanto fosse saldo nei principi di tutte e tre queste arti, e quanto in esse tenesse dietro ai più celebri professori dell'aureo secolo a lui antipassato.
Le tavole ad olio, cioé quella dell'altare con la Vergine, e i Santi Barbara, e Lorenzo, e le altre quattro laterali col Presepe, l'adorazione de' Magi, ed altri Santi: gli affreschi parimenti nelle pareti, in uno lo Sposalizio della Vergine, e nell'altro il Santo Simone, che riceve da essa il Bambino, con due depositi al di sotto, uno de quali è di Franco Lercari fondatore della cappella, e finalmente il simulacro della Fede in marmo sono fatture egregie del Genovese Luca Cambiaso, compagno indivisibile del Bergamasco. Delle altre due statue rappresentanti due virtù deesi similmente la lode a Giacomo Valsoldo scultore Lombardo. Contigue a questa cappella son due Sagrestie, la prima è ornata di pitture da' fratelli Giovanluca e Girolamo Celle con due tavole del già detto Cambiaso, ed una di S. Lorenzo del Giovannagostino Ratti; l'altra è ornata da Giambattista Revello per le prospettive, e per le figure da Gioseffo Palmieri ambo Genovesi. Nella prima di queste Sagrestie che è destinata per i Reverendissimi Canonici si conferiva il tanto celebre Catino di smeraldo conquistato nella presa di Cesarea l'anno 1101 dal prode Guglielmo Embriaco e da lui donato alla Cattedrale. [...]
Rientrando ora in chiesa vedrete sulla porta per la quale siete entrato in esse sacristie il deposito in marmo dell'Arcivescovo Agostino Salvago, che fu al Concilio di Trento, e morì nel 1567. Segue la cappella dei SS. Apostoli Pietro, e Paolo formata con nobile architettura, sette statue con due bassi rilievi, ed un deposito, ogni cosa in marmo, ed il tutto opera di Fra Guglielmo della Porta. Le statue rappresentano il Salvatore, i detti Apostoli, e quattro antichi Patriarchi. Ne' bassi rilievi son figure diverse di virtù, ed il deposito fu innalzato a Monsignor Cipriano Pallavicino morto nel 1586. Del Porta suddetto molto amico. Sopra di questa cappella è collocato un altr'organo uniforme in tutto all'altro, che gli sta rimpetto, e ne' sportelli di questo ha effigiati i Santi Protettori della Città Giulio Benso Genovese. Allato poi vi è una porta, per cui si va nell'Arcivescovado [...]. È ora da vedersi la prossima Cappella delle altre più ricca, e a proporzione del tempo in cui fu fabbricata, della più alta, e ricca magnificenza, dedicata a S. Giovanni Battista. Ella è fregiata di finissimi marmi, e stucchi dorati col disegno di Giacomo della Porta, Zio del mentovato fra Guglielmo, ed ha in giro otto belle statue, sei delle quali, cioé Adamo, Eva, Abramo, Abia, Zaccaria, ed Elisabetta sono del diligente scalpello di Matteo Civitali Lucchese. Una B. Vergine, e l'altra del Santo Precursore sono d' Andrea Contucci da Montesansovino, per cui basterà dire esser egli stato maestro del celebre Giacomo Tatta, detto pur esso Sansovino, la cui fama tanto risuona. Sopra quattro piedestalli aventi in ciascuna delle lor facciate scolpito a bassorilievo un Profeta, s'alzano quattro colonne di porfido, le quali sostengono come un padiglione pur di marmo, lavorato diligentemente a rabeschi da Niccolò da Corte scultore Lombardo, sotto di cui è un altare isolato con una tavola dipinta da una parte da Teramo Piaggia, che vi ha figurata la Natività del S. Precursore, e dall'altra da Antonio Sentino, che vi ha effigiato il battesimo di Cristo. Sopra di esso in arca d'argento stanno riposte le Sagre Ceneri del detto Santo Precursore, recate da Mira Metropoli della Licia in Genova l'anno 1097. Fra le numerose lampadi, che continuamente v'ardono, che fanno fede della viva devozion de' fedeli per le prodigiose grazie ricevutene, e fra i ricchi doni ivi presentati non è da omettersi un vaso d'agata, ossia calcidonio di lavoro bellissimo inviatovi da Papa Innocenzo VIII, Genovese. Sono ammirabili qui due gran candelabri in bronzo di finissimo lavoro, che stanno a'fianchi dell'altare. Accanto a questa è la cappella in marmo dei Sigg. Marini, de' quali vi sono depositi similmente in marmo, dedicata all'Annunciazione della B. Vergine, la cui tavola è di mano di Giambattista Paggi nobile Genovese indi l'altra di S. Giorgio, in cui giace sepolto il Card. Lorenzo Fieschi Arcivescovo di Genova; poscia l'ultima di S. Anna con una tavolina delle più graziose, che abbia fatto mai il nostro Cambiaso».


                                                                              Paola Bottaro



L'Anonimo Genovese si dilunga appassionatamente nella descrizione della Cattedrale:«Su di un erto a cui ascendesi per una bella scalinata di marmo innalzasi questa superba basilica. La facciata è al ponente rivolta. Tra archi maestosi di gotica architettura, arricchiti, ciascuno da venti colonnette di marmo nero e bianco, racchiudono le tre porte che introducono alle tre navate della chiesa. Tanto la facciata quanto i lati di essa all'interno son tutti di marmo nero e bianco incrostati. La facciata nella parte inferiore è tutta a mosaico rivestita. Sulla porta maggiore evvi espresso in rilievo di marmo il Martirio di S. Lorenzo sulla grata, al di sopra ne è altro del padre Eterno co' simboli de' quattro Evangelisti. Superioramente ed a ciascun de' lati della facciata, son tre archi divisi ciascuno da una colonnetta e in quella al mezzo vedonsi a destra le statue di marmo della Vergine col Bambino e di S. Giovanni Battista a sinistra. Due altri archi sovrastano alla porta maggiore, al di sopra de' quali è la rosetta , quindi altro arco terminato da un parapetto a foggia di galleria. Al di sopra del vano in cui son le campane quattro piccoli campanili agli angoli ed una cupola al fine col suo lanternino. L'altro campanile al vangelo ancor non appare sopra la facciata. E' da ammirarsi la crassezza del muro negli angoli degli archi che comprendono le porte nella facciata. A vieppiù accrescerne la solidità al fondo della chiesa, onde renderlo atto a regger la mole sì della facciata che dei campanili, l'architetto vi ha abilmente praticato una galleria interna sopra le porte in tutta la larghezza della chiesa ed alta quanto la metà della stessa. Ella è sostenuta da quattro piloni i quali hanno molte aggruppate colonnette di marmo all'intorno.»
L'Anonimo descrive minuziosamente la struttura architettonica della cattedrale, si sofferma particolarmente sull'analisi dei marmi utilizzati per la sua realizzazione e decorazione, nota il fregio del doppio ordine di colonnette sopra l'architrave dove si legge che il rinnovamento della chiesa risale al 1300 e riporta le parole della bella iscrizione che ricorda i fasti della remota antichità di Genova. Continua con le misure della Chiesa: «lunga palmi 300 genovesi e larga 110 e con la disposizione degli altari e delle cappelle interne cominciando dalla navata all'epistola, ossia al fondo a destra entrando, quindi è la porta del campanile ed il secondo altare con un quadro dell'Ascensione di Paolo Girolamo Piola, il terzo (uguale al secondo) di S.Gottardo con un quadro di Luca Cambiaso, il quarto di S.Caterina, vergine e martire, ha una tavola dei fratelli Cesare e Alessandro Semino e poi una tela riposta nell'estate del 1817 raffigurante il Beato Jacopo da Varagine, domenicano e arcivescovo di Genova nel 1192, vestito degli abiti di S. Domenico col piviale e la mitra, opera fatta dall'esimia pittrice signorina Rosa Bacigalupo figlia del signor Giuseppe valente pittore.
Il quinto altare ha un impannato di marmo bianco in cui sono in rilievo il padre Eterno e due angioletti e al di sotto la B.Vergine col Bambino, il tutto in marmo bianco scolpito, questo altare ospita la reliquia della Sacra Spina esposta nel giorno della celebrazione della festa della sacra Corona di Gesù Cristo. Dopo la porta di N. Signora del Soccorso, segue l'altare nella crociata delle sacre reliquie che «dentro doppia inferriata vengonvi custodite; fra le altre è rimarchevole un braccio di Sant'Anna.» In testa poi a questa navata è la cappella del SS. Crocifisso, di S. Sebastiano e di N. Signora del Soccorso, ai lati due superbi mausolei, uno del Doge Matteo, l'altro di Giovanni Senarega entrambi lavori di Taddeo Carlone.
Nel mezzo della chiesa sorge l'imponente e maestosissima tribuna «oltreché non abbia l'eguale in Genova per la grandezza, ricchezza e magnificenza, ella può andar del pari con le più rinomate grandi cappelle delle prime chiese d'Italia e del mondo. Ella è imponente per la sua elevatezza e spaziosità cosicchè da per se sola rassembra una chiesa. [...] Della di lei vaga struttura, che ha di presente egualmente che la cupola, se ne deve la lode al celebre Galeazzo Alessi che ne formò il disegno e vi aggiunse dello stesso ordine corinzio moderno i quattro altri pilastri pur in stile corinzio moderno che vedonsi alle pareti nella crociata».
L'Anonimo procede con la sua attenta analisi dei materieli utilizzati per adornare la preziosa tribuna: cita il presbiterio incrostato da lastre di bei marmi bianchi e le tavole di legno prezioso ed intagliato che coprono il parapetto fino al coro formato da una triplice serie di sedili per i canonici, i preti beneficiati e i chierici. Descrive, poi, la volta della fastosissima tribuna affrescata da Lazzaro Tavarone con la storia del Martirio di S. Lorenzo e sfarzosamente indorata. Segue la descrizione della cappella della S.a Assunta e SS. Sacramento tutta incrostata di marmi dentro e intorno. Nelle pareti presenta nicchie con statue di marmo assai leggiadre, tra le quali è da ammirare quella della Fede del Cambiaso, poi la Speranza di Giovan Battista Castello detto il Bergamasco e la Carità dello scultore lombardo Giacomo Valsoldi. Nelle pareti in alto due grandi affreschi di Luca Cambiaso: la Presentazione di Gesù a S. Simeone e lo Sposalizio della B. Vergine Maria.
L'Anonimo entra, a questo punto, nelle due sacrestie: quella dei canonici, una «bella sala circolare simmetrica e spaziosa con altra stanza annessa della guardaroba» con lavori egregi del rinomato Francesco Schiaffino, e ornata di pitture dei fratelli Giovan Luca e Girolamo Celle con due tavole del Cambiaso ed una con S. Lorenzo di Gio Agostino Ratti e quella dei preti, «ornata da Giovan Battista Revello per le prospettive e per le figure da Giovanni Palmieri, ambo genovesi». Comincia, a questo punto, la lunga dissertazione sul Catino di smeraldo conquistato a Cesarea nel 1101 dal prode Guglielmo Embriaco e da lui donato alla cattedrale. L'insolito impegno ed il gran numero di carte dedicate dal nostro autore all'argomento sottolineano in modo evidente l'interesse personale che egli porta a tutti i temi scientifici o descrittivi, ai materiali e alle forme.
Proseguendo con la descrizione della chiesa, dopo la porta della sacrestia è l'altare nella crociata al vangelo del SS.Salvatore e SS.Pietro e Paolo, segue, quindi, la porta d'ingresso all'Palazzo Arcivescovile da cui si passa al chiostro attraversando «la strada che ne lo divide sopra un arco di comunicazione», e la «gran cappella delle SS. Ceneri del Santo Precursore Battista chiusa da una balaustrata di marmo in avanti, formata da un arco di grande apertura con quattro colonne di marmo agli angoli [...]».
Si stupisce davanti alle statue della B. Vergine e di S. Giovanni Battista del Sansovino celebre scultore di Firenze. L'Anonimo fa un po' di confusione riportando le parole del Ratti sull'attribuzione delle opere di questa cappella. Conclude la lunga sezione dedicata alla cattedrale con la descizione delle cappelle private dei signori marchesi De Marini (sacra alla SS.Annunziata con bellissimo quadro del Paggi), dei signori marchesi da Fiesco e dell'ultimo altare di S.Anna con una tavolina del celebrato Luca Cambiaso raffigurante la "Natività della B.ma Vergine che vedesi bambina in seno a S.Anna, S.Gioacchino e quattro altri Santi". Il pavimento di tutta la chiesa è a disegno e da grandi compartimenti di marmo verde e bianco finito.


                                                                              Federica Rabai



Davide Bertolotti, nel capitolo dedicato al Duomo di S. Lorenzo, riporta informazioni sul periodo in cui le città marittime cominciavano a fiorire. Genova e Pisa dopo aver scacciato i Saracini dal mar Ligustico e Tirreno, si arricchiscono con le loro spoglie e poterono ampliare i confini della loro navigazione. La crescente potenza economica delle città contribuì all'innalzamento di sontuosi templi. Venezia fu la prima che diede l'esempio edificando la propria Basilca (976-1071), modello di architettura italo-greca; Pisa, quasi un secolo dopo, eresse la propria cattedrale, di architettura asiatica con reminiscenze romane.
Genova non volle rimanere indietro: eresse la chiesa di S. Lorenzo, che divenne cattedrale alla fine del decimo secolo quando Giovanni II, Vescovo di Genova, vi trasferì le reliquie di S. Siro e la sede episcopale. Nel 1098 i genovesi depredarono in Licia, le reliquie di S. Giovanni Battista e le collocarono nella cattedrale di S. Lorenzo. Nel 1101 vi portarono il famoso Sacro Catino. Papa Gelasio II, passando per Genova, nel 1118, consacrò la chiesa.
La narrazione di Bertolotti è dichiaratamente breve: «il duomo di Genova, edificato, a quanto è fama, sin da' primi secoli della cristianità, e divenuto sede vescovile prima del Mille, fu tra il finire dell'undecimo secolo, e il principiar del duodecimo, preso a fabbricare da' Genovesi in un modo degno di una città che già spediva potenti armate sulle coste dell'Asia. Essi lo arricchirono con le spoglie dell'Oriente e le prede fatte sopra i Saracini di Spagna. I principi tributarj della repubblica concorsero co' lor donativi ad abbellirne il massimo tempio.»


                                                                               Martina Mazza



Federico Alizeri, nel Manuale del forestiere per la città di Genova del 1846, illustra il fatto che sia popolare credenza che i genovesi, compreso il martirio di S. Lorenzo avvenuto nel 260, gli innalzassero una piccola chiesa nel luogo dove egli albergò in compagnia di S.Sisto, passando dalla Spagna a Roma.
Verso il 978 per cura del vescovo Giovanni II di casa Fieschi vi furono introdotti i canonici e nel 983 fu fatta cattedrale della città anche se, non fu ultimata se non in capo a tre secoli. Federico Alizeri prosegue con la descrizione della facciata davanti alla quale il forestiere è invitato a fermarsi per apprezzare i tre stili e le epoche diverse che la caratterizzano "il bizantino, l'italiano del medio evo ed il greco moderno" . I mistici animali a ornamento di ambo i lati, il bassorilievo sulla porta maggiore col martirio del santo titolare, la scala ornata da due leoni marmorei scopliti in Carrara sui modelli di Carlo Rubatto, il vestibolo, la volta incendiata nel 1296 e "più magnificamente rialzata" dai consoli e dal dottore Lanfranco Pignolo, la cupola più moderna e risalente al 1567 per volere di monsignor Cipriano Pallavicini e disegnata da Galeazzo Alessi, le cappelle laterali e i loro committenti, le opere che le decorano e le arricchiscono, le cantorie e i nomi degli artisti presenti all'interno con le loro sculture, tele e tavole sono descritti con estrema precisione e ordine. Alizeri pone molta attenzione sempre alla cronologia degli interventi sulla cattedrale e agli avvenimenti principali che caratterizzano la storia della Città in rapporto al "cantiere" di San Lorenzo.

                                                                            Federica Rabai



Federico Alizeri, nella Guida artistica per la città di Genova, del 1846, inizia la prima giornata della sua Guida con la descrizione della Cattedrale di San Lorenzo. Era credenza diffusa che esistesse già in quel luogo una chiesa dedicata allo stesso santo. Non si trovano comunque notizie certe prima dell'anno 878, quando vennero qui depositate le reliquie di San Romolo. Una decina d'anni dopo divenne sede vescovile per volontà del Vescovo Giovanni II Fieschi. La ricostruzione dell'edificio (dal 1100) iniziò dalla facciata "[…]che ancora al dì d'oggi è meravigliosa per sontuosità d'ornamenti, e curiosa per il suo genere di architettura".
Lo stile diverso delle varie parti interne è dovuto a un lavoro di ricostruzione durato secoli, ma come riporta l'Alizeri doveva essere già a buon punto quando, nel 1118, Papa Gelasio II la consacò. Non deve stupire il fatto che la Cattedrale fu portata a termine in un periodo di continue guerre e di successione di diversi governi; infatti i frutti delle vittorie e le donazioni di principi riconoscenti dell'aiuto delle armi genovesi venivano principalmente destinati a tal fine; "questo tempio potè con tali mezzi avviarsi a perfezione", grazie anche ai contributi del governo genovese e ai proventi di apposite tasse (che gravavano sui cittadini e sui canonici) istituite per legge nel 1174.
Dopo la ricostruzione storica, l'Alizeri passa ad analizzare l'edificio. Distingue innanzi tutto due diverse epoche di costruzione: una più antica (del XI secolo) che comprende "quant'è al basso", e una seconda (che va dal 1516 al 1521) della quale fa parte "quanto si leva oltre le linee dei fianchi cioè, porzione della fronte mezzana e il campanile".
Parlando della facciata cerca di provare quello che secondo lui è chiaro, ovvero che questa fu costruita prendendo a modello lo stile moresco, ma che non furono impiegati marmi o altri materiali provenienti dall'Oriente.
Entra così all'interno della Cattedrale per passare in rassegna la navata centrale, la cupola, l'altare, la cantoria e in seguito tutte le cappelle che si incontrano visitandola. Scende nei particolari, riporta fatti storici, cita le fonti e i documenti a cui si è rifatto e avanza giudizi artistici su ognuna di queste parti. Non manca di scrivere dei tanti oggetti antichi e preziosi che la Chiesa di San Lorenzo ha ospitato e poi perduto o in alcuni casi conserva ancora.

Collegamento a Cattedrale di San Lorenzo in F. Alizeri, Guida artistica per la città di Genova. Prima giornata, Genova 1846

                                                                               Elisa Ferraro




Giuseppe Banchero, scrive: «Questa facciata [...] fu ultimata nel 1110. Qui è praticato l'arco acuto particolarità singolare dimenticata da quasi tutti gli scrittori di storie architettoniche dai tempi del medio evo. [...] La facciata di questa insigne Cattedrale è larga metri 30 ed alta 35 tutta listata di marmo biancoenero come ne' fianchi; ha tre grandi porte, delle quali quella di mezzo è d'assai la maggiore, guarda a ponente: così i fedeli orando si trovano rivolti ad oriente secondo l'uso antico. Io vorrei che si osservasse la profusione e preziosità dei marmi ivi collocati. É straornata di ricche cornici di colonne, colonnine dritte, a spira, bistorte, con capitelli di peregrino e dissimil lavoro. Le suddette porte sostengono una intrecciatura di cordoni e di rami, con una tale eleganza ad esattezza da destar meraviglia ne' più eruditi nell'arte. Corrono svelte sulle ante le colonne e le principali sorreggono due bassirilievi. [...]».
L'interno della Cattedrale viene descritto da Banchero con grande cura e attenzione ai particolari, in riferimento soprattutto alle singole cappelle. Prima però presenta anche una breve descrizione generale dell'interno: «Passiamo le soglie del Tempio, lasciamo indietro il suo grand'atrio tutto listato di marmo bianco e nero come la facciata, progrediamo una ventina di passi. Ecco si presenta al nostro sguardo una grand'opera di stile greco romano: architetto Galeazzo Alessi [...] Commisogli dunque la costruzione della vasta cupola e gli fece disegnare il presbiterio e il coro, cioè quella parte che si vede fondata sull'antica tribuna. [...] L'interno è diviso in tre navi, sostenute da sedici alte e poderose colonnine e pilastri che raddoppiano il cornicione e gli archi. Io credo che questi fossero in origine fabbricati per dar luogo alle tribune dove soleano adunarsi le donne [...]».

                                                                            Davide Ferraris


--Claudia Peirè 19:39, 2 Jun 2010 (CEST)


Jacob Burckhardt in relazione alle chiese genovesi e in particolare al Duomo, alla sua facciata e ai collegamenti con le cattedrali francesi annota: «Le due porte delle navate laterali del Duomo (XII sec.?) sono abbastanza notevoli per il loro ornamento plastico. (L'interno del Duomo è un rifacimento del 1308, che riutilizzò le vecchie colonne)
[...] Conviene ricordare in questo luogo anche la facciata del Duomo di Genova. Essa è una imitazione quasi fedele delle facciate di cattedrali francesi del sec. XIII, se si eccettuano le modifiche dovute al materiale di costruzione (marmo bianco e nero a strati alternati). Però nelle parti alte e specialmente nell'unico campanile eseguito, il modello francese è di nuovo trascurato.
Al poderoso basamento delle torri, e contrastando stranamente con esso, segue nell'interno una basilica slanciata, ad archi acuti e perfino a doppio colonnato coperto (ora) con volte a botte (principio del sec. XIV)».
All'interno Burckardt si sofferma su alcuni elementi tra cui la tribuna in marmo dell'organo, "un lavoro discreto, forse fiorentino, dell'anno 1499", e gli stalli del coro «un'opera importante del principio del '500 del bergamasco Francesco Zabello, al quale spetterebbero almeno le vaste rappresentazioni bibliche in tarsia sugli schienali. Però queste costituiscono proprio la parte meno importante; caratteristica e vivace appare piuttosto la parte decorativa, anzi tutto il fogliame traforato e figurato al di sopra degli schienali, i fregi e le coperture tonde».
Per la loro importanza nell'ambito della scultura del 400 vengono poi ricordati il primo e il quinto altare a destra e la prima cappella a sinistra. Nel primo caso Burckardt propone un collegamento tra l'autore della parte inferiore del rilievo dell'altare e Matteo Civitali, affermando che quest'ultimo, qualora si fosse certi della sua permanenza in città, potrebbe essere identificato come il suo maestro. L'opera «Rappresenta la Madonna con due angeli, uno dei quali presenta il San Giovanni inginocchiato; un lavoro veramente buono. Più tardi Taddeo Carlone e tutta la sua scuola hanno costantemente appreso dalle statue di Matteo, copiandole persino di sana pianta (statue in S. Pietro in Banchi, in S. Siro, nella SS. Annunziata». Il quinto altare a destra è utilizzato dall'autore come esempio per mostare come "lo stile sculturale realistico si diffuse soltanto con molta lentezza". Ancora una volta si fa un riferimento ad un rilievo raffigurante questa volta la Crocifissione, «un lavoro buono ed accurato, all'incirca della metà del secolo e tuttavia appena tocco da una lontana eco della rivoluzione artistica fiorentina». Rientra in questa riflessione anche la prima cappella a sinistra in cui si trova la tomba del Cardinale Giorgio Fiesco, morto nel 1461, la quale «potrebbe quasi dirsi un'opera del secolo precedente, tanto per la disposizione generale delle parti, quanto per l'esecuzione veramente bella ed espressiva».
Una tomba vescovile offre, al nostro autore, la possibilità di riflettere sulla scultura gotica a Genova: «Genova è incredibilmente povera di opere di questo stile in paragone dell'importanza, di cui già godeva allora. Ad eccezione di un gruppo di tre figure sopra la porta di destra della chiesa della Madonna delle Vigne, non mi ricordo di dover ricordare altro che un unico monumento: una tomba vescovile nel Duomo, accanto al portale di destra, in alto, con la data 1336. Il sarcofago, posato su quattro leoni, è decorato con un rilievo di una beltà quasi pisana: Cristo risorto, riconosciuto ed adorato dagli apostoli. Anche la statua tombale e gli angeli che tirano la tenda sono buoni».
Burckardt passa quindi a trattare delle opere di Luca Cambiaso presenti in cattedrale: «Luca Cambiaso, che una volta si provò anche nella scultura, nella statua della Fede (Duomo, cappella a sinistra del coro), non è riuscito a raggiungere proprio ciò che ne rende così attraenti i quadri, i migliori dei quali stanno li vicino, come per facilitare il confronto.»
L'attenzione di Burckardt si sofferma poi in modo particolare sulla cappella di San Giovanni Battista: «A Genova, le costruzioni del sec. XV non occupano affatto un posto importante; in esse continuano ad apparire per molto tempo elementi dello stile gotico, così p. es. nella capp. di S. Giovanni Batt. nel Duomo, opera della seconda metà del secolo». Il riferimento allo stile gotico ritorna in un altro passo del testo: «Il primo monumento, ancora per metà gotico, la fronte della capp. di S. Giovanni nel Duomo, fu iniziata soltanto nel 1451 e, eccettuati i rifacimenti moderni, compiuta nel 1496. Questa costruzione decorativa, che in origine certamente è stata molto interessante, ha perso gran parte del suo fascino in seguito ad aggiunte barocche nell'interno; solo nella disposizione generale, bella e leggera, se ne conserva un ricordo. [...] Infine vince anche qui per un attimo, la tendenza ad un classicismo puro. Il tabernacolo della capp. di S. Giovanni nel Duomo, di Giacomo della Porta (1532), è una delle migliori opere decorative di questo genere, anzi tutto per quanto riguarda la parte di sotto del fastigio. (Le sculture alle basi delle colonne sono del fratello di Giacomo, Guglielmo della Porta.
All'interno della cappella si trovano anche sei statue, che Burckardt ricollega alla maturità di Matteo Civitali, raffiguranti Isaia, Elisabetta, Eva, Abacuc, Zaccaria e Adamo: «Adamo ed Eva, purtroppo sciupate con un drappeggio in gesso del periodo berniniano, sono (o almeno erano) figure di un significativo naturalismo: Adamo cori un'espressione grandiosa di dolorosa invocazione; Eva dal modellato forte ed abbondante, come colei che era la "madre del genere umano". Le altre figure incorporano schemi in parte triti, in parte ricercati: Zaccaria avrebbe dovuto esprimere un profeta mentre ascolta una rivelazione, ma questa intenzione non è andata affatto ad effetto, a causa della insufficiente corporeità delle figure e dello strano vestito; il panneggio di Isaia e di Santa Elisabetta presenta bensì molti tratti isolati assai belli, ma manca il sentimento che anima la statua di San Regolo; Abacucco è una figura di genere, malfatta. Può darsi che le quattro mezze figure in rilievo degli Evangelisti sui pennacchi della cupola siano del Civitali; essi ricordano il Ghirlandaio. Qualunque sia il valore assoluto di queste sculture, a Genova, città priva di opere d'arte classica, tagliata fuori dalla vita artistica fiorentina, furono considerate come quanto vi era di più alto. [...] Un influsso fiorentino è forse identificabile per la prima volta nei rilievi narrativi sul lato esterno della cappella di San Giovanni nel Duomo e nelle grandi lunette nell'interno di essa. Sono lavori inabili, anzi addirittura rozzi, che non si oserebbe attribuire nemmeno a Mino da Fiesole; meno che mai a Matteo Civitali, che invece viene considerato come l'autore se non altro della lunetta di sinistra». Numerosi a Genova sono anche i lavori di Gulielmo Della Porta, esempio dello stile lombardo di inizio 500. In particolare «Assai piacevoli sono i profeti, in rilievo, sulle basi delle colonne del tabernacolo della Cappella di San Giovanni, nel Duomo. - Straordinariamente accurate, ma con un'animazione sforzata nella carne e nel panneggio, sono le sette statue all'altare del transetto sinistro della stessa chiesa, eccetto la figura centrale, un Cristo seduto, pervaso da una spiritualità superiore».

                                                                             Davide Ferraris


Federico Alizeri, nella Guida illustrativa del cittadino e del forastiero per la città di Genova e sue adiacenze del 1875, inizia a descrivere il Sestriere del Molo partendo dal Duomo di San Lorenzo perché esso è il più antico di tutte le chiese. La tradizione lo fa nascere ai tempi stessi del Santo e non ci sono prove dell'esistenza di un'altro santuario dedicato al Gran Martire precedente all'attuale. La facciata esteriore fu opera dei Consoli del Comune alla fine del XI secolo. Papa Galesio II lo consacrò nel 1118.
Chi si ferma ad osservare l'esterno del tempio rimane colpito dalle lunghe e sottili parti che lo compongono. Nei due portali laterali si trovano sculture di stile longobardico diversa l'una dll'altra, quello sul lato destro è ricchissimo e leggiadro benchè sia stato rimosso più volte. Il portale presenta una loggetta, installata nel Quattrocento, composta da tre archetti e sorretta da colonne ma si intravede la sua forma primordiale. Il secondo portale a sinistra ricorda l'atà medesima ma con sembianze più rozze e informi, salvo un architrave che evoca il gusto romano. Durante le varie epoche vennero fatti molti lavori e aggiunte nella facciata. Alizeri ricorda tre fasi: la prima del secolo XI durante il quale viene disegnato il prospetto che va dal suolo alle prime cornici, la seconda fino a livello delle finestre laterali intersecate di colonne ed archetti, compresa la bassa torre a sinistra dello spettatore, la terza al tetto, dove è compreso il "grand'Occhio" e l'altissima torre delle campane. Le colonnette e i marmi ricordano le usanze moresche. Il vasto lunetto che si trova soprastante la porta centrale risale al XIV secolo. In questa parte dell'edificio si trovano sarcofaghi greco-romani, murati al tempo della sua costruzione ed esposti come trofei di vittoria. C'é ne sono di ogni forma e di ogni gusto, fra tutti è degno di nota quello sul basso del campanile che rappresenta l'allegoria di Amore e Psiche. Qui furono infisse anche sculture demolite dai vari luoghi della città, fra le quali merita riguardo l'arca sepolcrale di Antonio Grimaldi. Sull'angolo della facciata si trova un'immagine di S. Lorenzo che si poggia su una colonna sormontata da un baldacchino. La ruota che egli abbraccia (simbolo del martirio a quel tempo), diede luogo a molte supposizioni che attribuiscono alla statua il bizzarro titolo di "arrotino". Nel 1926 andò in fiamme la volta del tempio e con essa le opere imminenti alla soglia. Della stessa epoca si attribuisce la loggia della torre, dove pare si contenessero le campane prima che l'attuale campanile le accogliesse in un luogo più aperto per percepire il suono. Nel 1520 Ottavio Campofregio, doge di Genova e regio governatore, promosse un secondo alzamento del prospetto e del campanile. In questo furono posizionati nuovi bronzi dalle officine di Londra. Per quanto riguarda l'architettura del campanile lavorarono all'opera Michel Pessolo, Pietro Carlone e Domenico di Caranca, mentre per gli ornamenti marmorei Pier Antonio da Corona, Pietro di Gandria e Antonio di Lancio. Nel mezzo della facciata fu aperto il "grand'Occhio" o finestrone che tutt'oggi si vede, distrutto l'antico il quale era composto di vetri colorati e immagini di santi e angeli. I dipinti sull'architrave delle tre porte risentono della scuola di Luca Cambiaso, metre i due leoni che rampano sui fianchi delle scale sono stati lavorati da Carlo Rubatto.
Alizeri si inoltra a visitare l'interno della chiesa. La navata centrale era più piccola di misura ma dopo l'incendio fu rinnovata. Se ne legge memoria nel fregio delle prime colonne. In questa occasione l'atrio venne rialzato e ingrandito e così anche le volte della navata mentre il secondo ordine di colonne fu rimesso probabilmente nell'antica forma. Le riparazioni di questo tempio sono attribuite allo scultore e architetto Marco Veneto. Nella seconda metà del Quattrocento, si pensò di allungare la chiesa e a fiancheggiare il santuario di due nobili cappelle, un'impresa che costò la demolizione di più case che si stringevano troppo alla chiesa.
Nella prima metà del Cinquecento l'altezza della tribuna non sembrava abbastanza grandiosa, venne quindi spostata più in su e il nuovo abside fu intarsiato e decorato con pitture. A metà del Cinquecento Galeazzo Alessi comparve a Genova, invitato a costruire palazzi signorili e poi trattenuto per i disegni della grandiosa basilica. Gli operai del Duomo gli assegnarono un modello in rilievo della cupola e che gli venne rimunerato cento scudi. Poichè le nuove opere rendevano umile la volta della nave, su consiglio dell'illustre architetto, fu rialzata e si girò intorno alla chiesa una cornice scolpita di marmi neri. All'antico stile gotico della Cattedrale si mescolò il moderno e il michelangiolesco. Sul fondo della chiesa, a destra, si trova un primo altarino "che non fa invidia per un intaglio oltremodo prezioso alla storia della scultura" nel quale è rappresentato il Calvario. Ignoto è l'autore ma non la data 1443. Lo fece fare Girolamo Calvi drappiere che alzò la cappella e vi cavò il suo sepolcro. Sull'uscio attiguo che mette al campanile si trova una lapide mortuaria attribuita ai tempi Costantiniani. Gli altari che seguono sono tutti foggiati al moderno, costruiti nel XVI o nel XVII secolo. Il primo dedicato all'Ascensione ha un quadro di Paolo Gerolamo Piola. Di Luca Cambiasoè il quadro di S.Gottardo che viene appreso; la tela fu ridipinta da Ratti, non sembra le sembianze di alcuno. La tela del quarto altare è opera di Francesco Baratta, "pittore freddo e stentato". Ai primi del Cinquecento venne edificato il vasto altare sul fianco della crociera. Non molto dopo la fondazione l'altare fu rinnovato per ragione di simmetria. Vi restano del primo lavoro due statuine di SS. Lorenzo e Nicolò dentro nicchie, due tondi di mezzo rilievo con i due principi degli Apostoli e parecchi avanzi di decorazioni. Le figure e gli intagli vengono attribuite ai fiorentini Donato Benti e Benedetto Bartolommei. Più tardi Luca Cambiaso fece la pala con N.D. e i due santi Nicolò e s.Anna, oltre a un Dio Padre in un piccolo quadro. In capo alla nave si trova la cappella nobilissima per memorie e per arti dedicata a S.Sebastiano. Nel 1527 ne abbassarono il suolo e la chiusero di marmorei cancelli, lavoro di Pier Angelo Scala da Corona.
In onore di Matteo Senarega, doge eletto nel 1595, s'illustrò l'altare della stupenda tela di Federigo Barocci rappresentante il Crocifisso con il santo Patrono. A questa tela che si computa in Genova fra le più nobili, fu posta di contro un'altra, fattura di Lorenzo De Ferrari. Matteo commise le sei statue che vediamo nelle nicchie a Pietro Francavilla, fiammingo discepolo e aiuto di Gio.Bologna. Sui primordi del nostro secolo, continua Alizeri, la cappella cambiò il primo titolo in quello di N.D. del Soccorso, per un devoto quadretto che vi si trasferì. Vi sono due statue d'angeli in atto di venerare la sacra immagine di Ignazio Peschiera, mentre l'altare è decorato dai bronzi del Barabino. L'altare è composto da magnifiche statue. Primo ad applicarvi scalpello fu il frate Gio Angiolo Montorsoli, scolpì la prima statua a sinistra, il S.Giovanni. S.Matteo è opera dello scultore Gio Maria Passallo mentre gli altri due Vangelisti, S. Marco e S. Luca, sul lato destro, sono frutti senili di Giacomo Della Porta. Nel 1622 Rocco Pellone ebbe carico di rinnovare il santuario e il coro, così ad un stile decorativo composto venne a mischiarsi lo stile seicentesco. In questa occasione la tribuna accolse i pennelli di Lazzaro Tavarone.
Voltandosi a destra troviamo la Cappella dei Lercari che gareggia di sontuosità e bellezza con la Senarega. Dopo il 1560 l'illustre Franco, assuntone il patronato, decise di riformarla al moderno. Giambattista Castello si occupò di ridipingerla ma non la concluse fuorchè la volta che mostra un affresco con rappresentata l'Assunzione e l'Incoronazione di N.D. A costui succedette il Cambiaso, e con tali effetti che non ividiano il primo artista. Sono sue le spaziose pareti dove campeggiano la Purificazione e le Sponsalizie della Vergine Madre. A lui si attribuiscono le bellissime tavole che fregiano la parte inferiore. Fra tutte si nota a SS.Battista e Lorenzo in adorazione di Maria, maestose sono le forme e nobili le espressioni. Quattro statue di Virtù in altrettante nicchie volle il patrono a decorar la Cappella. Le due prime raffigurano la Carità e la Speranza furono eseguite da Gio.Giacomo Paracca, la terza in atto di leggere con le chiavi in mano è fattura di Battista Perolli. L'ultima, la Prudenza del Cambiaso. Fin qui tutto il resto della Cappella è moderno, la riformò il Barabino intorno al 1820. Percorrendo la navata sinistra troviamo la mestosa Cappella costruita intorno al 1530 da Giuliano Cibo vescovo Agrigentino. Qui sono disposte sette statue, quattro piccoli intagli, due mezzorilievi e parecchie colonne con i capitelli. Di questa grand'opera fecero commissione Nicolò da Corte e Giacomo Della Porta e figlio.
Alizeri descrive la Cappella di S.Giovanni Battista: «La Cappella del Precursore è tale complesso di pregievoli cose, tal documento della pietà genovese, tale esempio di artistica felicità». Fino al 1450 fu uno squallido e angusto ricetto, disagiato perchè posto su un fianco dell'altare maggiore. Fu deciso quindi di rinnovare la Cappella e costruirla tra il Battistero e la Sacrestia per opera di Pier Domenico da Bissone, artefice ignoto fino allora e dogno di nota solo per questa opera singolare.

                                                                            Elisa Giustarini 

--Claudia Peirè 19:40, 1 Oct 2010 (CEST)

Viaggiatori

Lady Sidney Morgan, nel 1821 scrive: «La chiesa metropolitana di S.Lorenzo fu edificata nel XII secolo, e manifesta con grande evidenza la sua antichità. Di architettura gotica, questo edificio è un alternarsi di marmo bianco e nero che gli da l'aspetto di una scacchiera. L'ignobile martirio di S.Lorenzo è raffigurato sulla facciata in bassorelievo. L'immensa graticola ne è evidentemente una testimonianza, tuttavia ricorda l'insegna di una rosticceria.»

                                                                             Elisa Giustarini



Joseph Méry, nel 1834 in Nuits italiennes descrive la cattedrale di S. Lorenzo: «Si passano delle ore in estasi davanti a queste scale vigilate da leoni in pose superbe, o popolate di statue, che si elevano trionfalmente col loro corteo di colonne di marmo».

                                                                             Elisa Giustarini



Charles Dickens, in Picture from Italy del 1834, scrive: «Il duomo è dedicato a S. Lorenzo. Il giorno della festa di questo santo, al tramonto vi entrammo. Sebbene gli addobbi delle chiese siano fatti di solito con un gusto che non è per nulla speciale, tuttavia il duomo, in quella circostanza, faceva un effetto davvero superbo, giacchè tutto l'interno era parato di rosso, ed il sole al tramonto, penetrandovi dalla porta principale attraverso un gran tendone rosso, faceva sua tutta quella pompa.
Quando esso sparì e la chiesa a poco a poco rimase immersa in una oscurità rotta dai pochi ceri che ardevano sull'altare maggiore e da qualche piccola lampada d'argento, appesa davanti alle immagini, l'effetto che faceva era assai misterioso e impressionante».

                                                                             Elisa Giustarini


Henri Stendhal, in Mémoires d'un touriste del 1837, scrive: «Verso sera sono entrato nella cattedrale bianca e nera costruita in bande orizzontali; cosa più strana che gradevole. Ho visto il quadro di Giulio Romano, di cui i genovesi ammirano soprattutto la testa rifatta a Parigi da Girodet».

                                                                             Paola Bottaro


Gustave Flaubert, cosi descrive la cattedrele di San Lorenzo: «bianca e nera, tre portali bizantini. È una chiesa italiana in cui fa piacere entrare perché si sta bene all'ombra dei bei marmi. In una cappella, a sinistra, statue di Adamo ed Eva; quella di Eva, con la pelle di bestia intorno alla vita, la luce cadente dall'alto ha ombre che la animano, tinte lattiginose e vive».
Lo scrittore racconta anche la suggestione di un imponente funerale sulla piazza della cattedrale, la chiesa non era addobbata ma i monaci e gli uomini della confraternita destinati ai funerali, erano vestiti di lunghi camici neri col cappuccio sul viso, in una mano un cero, nell'altra un mazzo di fiori come se andassero a un ballo. Seguivano i monaci in tonaca scarlatta marciando come a un corteo reale.

                                                                             Federica Rabai


Paul de Musset, in Voyage pittoresque en Italie septentrionale, narra che i lavori per la costruzione della chiesa metropolitana di San Lorenzo iniziarono nel IX secolo per terminare nel XVI secolo. Il risultato finale, pur essendo caratterizzato da più stili differenti e presentando alcuni contrasti, colpisce il visitatore per l'imponenza. All'interno della cattedrale Paul de Musset, prima di visitare la sacrestia, nota la cassa con le reliquie di San Giovanni Battista, verso le quali i fedeli nutrono una grande devozione. A questo proposito l'autore riporta l'usanza dei genovesi di portare in processione per le vie e lungo il porto la cassa, al fine di fare cessare le tempeste.


                                                                              Davide Ferraris


Nathaniel Hawthorne, scrive la sua prima impressione sulla Superba vedendola dal mare: «La città non mi ha fatto un'impressione di grandezza o splendore». Cambierà opinione poco dopo. La guida a cui si affidò, "un'uomo dall'aria rispettabile", lo condusse subito alla Cattedrale di San Lorenzo: «Avevo cercato altre volte volte di immaginare quale doveva essere stato l'aspetto delle cattedrali inglesi nella loro gloria primitiva, prima della Riforma e prima che le loro colonne di marmo fossero state fatte imbiancare da Cromwell; ma non avevo mai immaginato nulla che si avvicinasse a ciò che vedevano ora i miei occhi: questa luce di marmo variegato e levigato che copriva interamente le pareti; questo splendore di affreschi brillanti su tutto il soffitto e le cupole; questi bei quadri di grandi maestri, dipinti per i luoghi che occupavano ora, e costituenti una parte effettiva dell'edificio; questa ricchezza d'argento, d'oro e gemme, che adornavano gli altari dei santi, davanti ai quali bruciavano candele di cera, che venivano mantenute sempre accese, suppongo, da un anno all'altro; in breve è impossibile immaginare o ricordare una centesima parte di tanti ricchi particolari».
Sebbene giudichi la cattedrale indescrivibile fa un tentativo: «Forse il modo migliore per farsi una vaga idea del tutto è immaginare un piccolo scrigno, tempestato all'interno di pietre preziose, e tanto da non lasciare scoperto nemmeno lo spazio d'un capello, e poi immaginare che questo scrigno assuma le dimensioni di una grande chiesa, senza perdere alcunchè dell'eccezionale gloria racchiusa nelle sue dimensioni originarie ma, anzi, col suo grazioso lucore reso sublime dalla immensità successiva».

                                                                               Elisa Ferraro


Alphonse Karr, in Promenade hors de mon jardin, afferma: «Le chiese di Genova assomigliano, ma più grandi e più belle, a Notre Dame de Lorette. San Lorenzo è tutta di marmo nero e bianco, costruita a quadrati alterni, come una immensa scacchiera».

                                                                             Federica Rabai


Alexandre Dumas, nel 1841 scrive di San Lorenzo: «è una bella fabbrica del sec XI, tutta rivestita di marmo bianco e nero, come lo sono la maggior parte delle chiese d'Italia, ma che su molte altre ha il vantaggio di essere compiuta. Tra le sue numerose curiosità, la chiesa di San Lorenzo racchiude il famoso piatto di smeraldo nel quale, secondo quanto si dice, Gesù Cristo consumò la cena e che fu donato a Salomone dalla regina di Saba. Esso era custodito a Gerusalemme nel tesoro del Tempio, ed è conosciuto sotto il nome di sacro catino».

                                                                              Federica Rabai


Mark Twain, in Innocenti all'estero racconta la sua visita alla cattedrale di S. Lorenzo. Non si tratta di una descrizione minuziosa, in quanto Twain si limita a presentare gli elementi che lo colpiscono maggiormente ossia le colonne imponenti, i grandi organi, i quadri e gli affreschi.
Twain riporta anche la tradizione secondo la quale la prima metà dell'edificio era, prima della nascita di Cristo, una sinagoga che, inglobata nella chiesa, non avrebbe subito nessuna modifica nel corso del tempo. Lo scrittore ritiene tuttavia questa affermazione non veritiera poichè il luogo, a suo parere, è in uno stato di conservazione troppo perfetto per essere così antico. La cappella più interessante per Twain è quella di S. Giovanni Battista, all'interno della quale nota la cassetta di marmo con le ceneri del Santo e la catena che,secondo la tradizione, lo ha tenuto bloccato quando era in prigione. Le sue obiezioni sono, da una parte, che la catena è troppo debole e anche S. Giovanni Battista avrebbe potuto romperla, dall'altra che già in un'altra città sono custodite le sue ceneri. Twain riporta anche la notizia che le donne non hanno il diritto di entrare nella cappella se non per un giorno all'anno, in ricordo del fatto che il Santo fu ucciso per soddisfare un capriccio di Erodiade. All'interno della cattedrale ha modo poi di osservare anche il ritratto della Vergine eseguito da S. Luca. Anche in questo caso l'autore fa alcune obiezioni riguardo all'autenticità dell'opera. La prima è che sembra meno antica di alcune tele di Rubens, la seconda che il Santo nei suoi scritti non ha mai fatto menzione della sua attività di pittore.

                                                                             Davide Ferraris


Herman Melville, passa rapidamente in rassegna , senza spendere molte parole, ciò che vede di Genova. Riguardo la chiesa di San Lorenzo scrive: «Alla cattedrale. Marmi bianchi e neri in disposizione alternata. Il bassorilievo a graticola, bello l'interno».

                                                                              Elisa Ferraro



André Hippolyte Lemonnier, in Souvenir d'Italie, inserisce la cattedrale di S.Lorenzo tra le chiese più importanti di Genova. Tuttavia il giudizio non è positivo, in quanto ritiene che le chiese della città siano troppo fastose nelle dorature e nell'uso dei marmi, e ricche a discapito, a suo parere, del buon gusto e della bellezza.


                                                                             Davide Ferraris


Paul Valéry, in una lettera inviata all'amico Gustave Fourment scrive: «Genova è ricca di monumenti e trascorro i giorni a visitarli. La cattedrale è bella, gotico-moresca con statue del tempo antico, iscrizione che tento di tradurre con quel poco di latino che è rimasto in me».

                                                                              Martina Mazza 

--Claudia Peirè 12:15, 3 Jun 2010 (CEST)

Tesoro di San Lorenzo

Bibliografia Guide

  • Alizeri Federico, (Attribuito a) Manuale del forestiere per la città di Genova, Genova, 1846 pag. 66-85.
  • Alizeri Federico, Guida Artistica per la città di genova dell'avvocato Federigo Alizeri, Vol. I Gio. Grondona Q. Giuseppe Editore librajo, Genova 1846 pag. 1-74
  • Alizeri Federico, Guida illustrativa del cittadino e del forastiero per la città di Genova e sue adiacenze, Bologna, Forni Editore, 1972 pag. 3-20
  • Banchero Giuseppe, Genova e le due riviere, Parte III, Luigi Pellas Editore, Genova, 1846, pag. 49-73.
  • Bertolotti Davide, Viaggio nella Liguria Marittima, Vol. II, Torino, Eredi Botta Editori, 1834, pag. 266-290
  • Burckhardt Jacob, Il Cicerone. Guida al godimento delle opere d’arte in Italia, Sansoni, Firenze 1952, pag.
  • Poleggi Ennio e Poleggi Fiorella (Presentazione, ricerca iconografica e note a cura di), Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818, Genova, Sagep, 1969 pag. 191-206
  • Ratti Carlo Giuseppe, Istruzione di quanto può vedersi di più bello in Genova in pittura scultura et architettura autore Carlo Giuseppe Ratti pittor genovese, Genova, Ivone Gravier, 1780, pag. 47-55.

Bibliografia Viaggiatori

  • Dumas Alexandre, Impressions de voyage, in Marcenaro Giuseppe, Viaggio in Liguria, Genova, Sagep, 1974, pag. 104
  • Flaubert Gustave, Notes de voyage, in Marcenaro Giuseppe, Viaggio in Liguria, Genova, Sagep, 1974, pag. 143
  • Hawthorne Nathaniel, Passages from the french and italian notebooks, 1858 , in Marcenaro Giuseppe, Viaggio in Liguria, Genova, Sagep, 1974, pag. 159
  • Lemonnier André Hippolyte, Souvenir d'Italie, Parigi, P.Dupont et G. Laguionie, 1832, pag. 407.
  • Melville Herman, Journal of a visit to Europe and the Levant, 1857, in Marcenaro Giuseppe, Viaggio in Liguria, Genova, Sagep, 1974, pag. 157
  • Méry Joseph, Nuits italiennes, 1834, in Marcenaro Giuseppe, Viaggio in Liguria, Genova, Sagep, 1974, pag. 73
  • Morgan Lady Sidney, Italy, 1820, in Marcenaro Giuseppe, Viaggio in Liguria, Genova, Sagep, 1974, pag. 55
  • Musset de Paul, Voyage pittoresque en Italie septentrionale, Parigi 1855, pag. 134-135.
  • Stendhal Henri, Mémoires d'un touriste, 1837, tratto e tradotto da Carlo Bo, Echi di Genova negli scritti di autori stranieri, Torino, 1966, pag. 71
  • Karr Alphonse, Promenade hors de mon jardin, in Marcenaro Giuseppe, Viaggio in Liguria, Genova, Sagep, 1974, pag. 97
  • Twain Mark, Il viaggio degli innocenti Un pic-nic nel mondo antico, a cura di F. Gonzales Batlle, Parigi, FM/La découverte, 1982, pag. 136-146.
  • Valéry Paul, La nuit de Gênes di Paul Valéry, di Giuseppe Marcenaro, Genova, Sagep, 1994 pag.
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