Gustave Flaubert

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Il viaggio a Genova di Flaubert: motivi e conseguenze

Gustave Flaubert (Rouen 1821 - Croisset, 1880) è il precursore di un modo nuovo di fare narrativa, ponendo al centro delle sue opere le vanità dei sogni piccolo-borghesi in"Madame Bovary", (1857), il fallimento del personaggio ne "L'educazione sentimentale", (1869), la satira dell'ideologia borghese in "Bouvard e Pécuchet", (1881).

Va considerata a parte “La tentazione di S.Antonio”, poema filosofico in prosa di non facile interpretazione a causa di un simbolismo esasperato, seppur lo stesso autore lo definisca “il libro della sua vita”: «Prendendo un soggetto in cui ero interamente libero in quanto a lirismo, movimenti, sfrenatezze, mi trovavo bene nella mia natura e non mi restava che andare innanzi. Mai ritroverò slanci e abbandoni di stile simili a quelli che mi son dati allora ... Ma ... avendo lavorato molto per gli elementi materiali del libro - intendo la parte storica - mi sono immaginato che lo scenario fosse fatto e mi son messo a scrivere; "tutto dipende dal piano": Saint-Antoine ne difetta; la deduzione delle idee severamente seguita non ha il suo parallelismo nella concatenazione dei fatti. Con molte tirate drammatiche, il drammatico manca. »

Ai fini della ricerca che sto conducendo sulla letteratura di viaggio, in particolare sul viaggio in Liguria – a Genova – condotto da letterati, politici, musicisti, ecc ..., e avendo scelto come oggetto della mia ricerca proprio Flaubert, mi sono particolarmente soffermata sul 1845, anno in cui lo scrittore venne in Italia in qualità di chaperon della sorella Caroline e del cognato Émile Hamard, novelli sposi in viaggio di nozze. Casualmente fece una tappa anche a Genova per la quale ebbe parole di grande entusiasmo e forse eccessiva ammirazione: «...durante il mio viaggio ciò che ho visto di più bello è Genova ... una città tutta di marmo con dei giardini colmi di rose. Una bellezza che strazia l'anima... Deve essere molto dolce amare in questi luoghi. Indomita e bellissima nelle sue crose, nei suoi carruggi, in quelle cento piazzette che si spalancano al visitatore improvvise e remote, o nei panorami ampi e opulenti del levante, con le ville patrizie, i lungomare intriganti, le spiagge curate, e sarà sempre la Superba ».


Di ogni palazzo che visita descrive, con dovizia di particolari, le opere d’arte: i due grandi ritratti di Van Dick a Palazzo Rosso raffiguranti marito e moglie: «il viso dell’uomo è greve, pallido, aristocratico, dolce e triste» «Un suonatore di flauto del Cappuccino, visto di faccia, guance gonfie, rosse, occhi che trasudano vino, espressione di gioia e di riso». «San Gerolamo quasi nudo, gambe incrociate, mirabili piedi d’uomo sulla cinquantina, grassi, un po’ pesanti con le unghie arcuate; la testa è serena, rugosa, pensosa e piena di colore »; «un Tintoretto: ritratto d’uomo vecchio, magro, consunto, in giustacuore nero, seduto su una poltrona con aria stanca, il naso rosso, i lineamenti stanchi, intelligenti ma annoiati: espressione poco indulgente sebbene senza cattiveria e senza astuzia.» «Il quadro di Tiziano raffigurante Giuditta e Oloferme gli ricorda il Lorenzaccio di de Musset (al quale Flaubert riserva parole durissime: «Musset non ha mai separato la poesia dalle sensazioni di cui essa si sostanzia. La musica, secondo lui, è stata fatta per le serenate, la pittura per i ritratti, e la poesia per le consolazioni del cuore...». - Va detto che secondo Flaubert lo scrittore, deve rinunciare a confessarsi e prendere posizione, ma vivere unicamente in funzione dell'opera; da questa ascetica e fanatica concezione dell'arte, discende la sua teoria della cosiddetta "impersonalità" che lo allontana dai romantici e ne fa il precursore dell’ideologia realista).


Si sofferma sul dipinto per fare alcune considerazioni e parallelismi con altri due artisti che si ispirarono ai medesimi soggetti (Steuben e Vernet) e si domanda quale delle tre donne raffiguranti Giuditta sia la più bella. Prevale quella di Tiziano non perché sia la più attraente o la più sensuale ma perché è «la concezione più ardita», proprio come ardito e audace sognava di essere lui nei suoi romanzi. Opinione generale già ai suoi tempi, è che ci riuscì appieno.

Visita Palazzo Spinola e ammira un Sileno di Rubens che descrive minuziosamente; apprezza in Palazzo Balbi il fregio di Domenichino Zampieri, rappresentante la battaglia dei Centauri e dei Lapiti, di lì passa al Palazzo vicino parimenti in via Balbi, e rimane fortemente impressionato da un dipinto che, probabilmente, per la singolarità del tema e la drammaticità delle scene, ritiene opera del Brughel: La tentazione di S. Antonio.

Mi ci soffermo anche io per riallacciarmi al discorso con cui ho introdotto l’argomento, oggetto di studio: il viaggio a Genova di Flaubert, motivi e conseguenze.

Secondo quanto gli suggerisce il suo spirito d’osservazione, già apprezzabile nelle precedenti occasioni riscontrate, Flaubert descrive l’opera d’arte in modo estremamente meticoloso ma, a differenza di un quadro del Van Dick, piuttosto che di uno del Rubens, dinanzi a questo dipinto mostra un vivo sgomento; nelle sue parole si avverte quasi un senso di nausea e di brividi; lo travolge quella visione raccapricciante, infernale, giudicandola talmente impressionante da ispirargli il poema filosofico di cui è stato accennato all’inizio e che venne pubblicò nel 1874.

Così descrive il dipinto:: « Nel fondo, dai due lati, su ogni collina, due teste mostruose di diavoli, per metà uomini, per metà montagna. In basso, a sinistra, Sant’Antonio fra le donne, distoglie gli occhi per evitare i loro baci; le donne sono nude, bianche, sorridono e stanno per avvolgerlo nelle loro braccia. In faccia allo spettatore, nel punto più basso del quadro, la Golosità nuda alla cintura, magra, la testa ornata di orpelli rossi e verdi, viso triste, collo smisuratamente lungo e teso come quello di una gru, clavicole in evidenza, presenta al santo un piatto colmo di vivande colorate. Un uomo a cavallo in una botte; teste che escono dal ventre degli animali; rane con braccia saltellanti sul terreno; un uomo col naso rosso su un cavallo deforme, circondato da diavoli; drago alato in volo, tutto sul medesimo piano. Insieme formicolante, ghignante in modo grottesco e impetuoso nella precisione di ogni particolare. Questo quadro sembra in un primo tempo confuso, poi a poco a poco, diventa singolare per quasi tutti; divertente per alcuni, con qualche significato per altri; per me ha cancellato tutta la galleria, non ricordo più altri»

In conclusione da quanto detto, si evince quanto Flaubert sia un viaggiatore straordinario: vede, fiuta, palpa ogni cosa, mentre la sua scrittura diventa pittorica, sensuale, a tratti commovente, insomma tale da permettergli di fissare nella memoria ogni minimo particolare e lieve sfumatura che soltanto un occhio attento e avido di scoprire nuove realtà è in grado di cogliere. Già in questi primi brani delle lettere che scrisse nel 1845, si inizia a comprendere il grande paradosso della sua vita: quest’uomo noto per la sua proverbiale noia, ha in modo pazzesco amato la vita, rendendo, attraverso le sue descrizioni così puntuali e appassionate, luoghi o situazioni talora poco significativi, un qualcosa di coinvolgente e intrigante.

Ed ecco che l’Acquasola, diventa un teatro all’aperto con verdi viali, le siepi di rose e musica. Vi scorge una donna tenere il tempo ed è subito "un colpo di fulmine" « ... dal naso fine, pallida, la testa coperta da un velo bianco bordato di nero, il resto dell'abito a lutto; grandi occhi azzurri, profilo all'Esmeralda ... ».

Senza esitazione esclama: «È la più bella donna che io abbia mai visto; non mi stancavo di guardarla così come non ci si stanca di bere un vino squisito. Doveva essere proprio bella perché alla prima occhiata mi sono sentito diventare rosso dallo stupore ed ho creduto di innamoramene di colpo» Ne rammenta ogni dettaglio: «…mani piccole, la pelle bianca e pulita, capelli castani, una riga a sinistra, fronte larga, due rughe sul collo, denti bianchi, bocca ben disegnata, un misto di bontà e di sensualità dolce. Che peccato non averle detto neppure una parola ! In compenso l’ho guardata, guardata! E senza che ne sia ben sicuro, anche lei mi ha guardato »

E così in una lettera del 1845, dicendosi triste nel lasciare la città, fissa per iscritto il ricordo di questo suo indimenticabile soggiorno nella Superba. Rientra quindi in albergo, alla Commenda: Albergo della Croce di malta. Balcone di marmo, secrétaire tra le due finestre. Prima passeggiata nel porto. La seconda il mattino della mia partenza. Come ero triste lasciando Genova, soprattutto per avere valicato le montagne che la dominano e durante i due giorni passati in quello stupido paese che è la Lombardia!

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