Palazzo S. Giorgio

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Il Palazzo delle Compere di S. Giorgio, tra Via Sottoripa e Piazza Banchi, è stato a lungo il fulcro dell'attività marittima e commerciale in città.
Il palazzo, esempio di architettura civile medievale ricostruita, rimane il simbolo dei gloriosi momenti della storia della Superba.
L'edificio originario venne costruito nel 1260 dal monaco cistercense dell' Abbazia di S. Andrea di Sestri (l'odierna Sestri Ponente), Frate Oliverio, per ordine del Capitano del Popolo Simone Boccanegra.
Per la prima volta, la città si dotava di una sede politica separata da quella civile e religiosa, gravitante ancora sulla Cattedrale di S. Lorenzo.
Il duecentesco Palazzo fu sede del Comune solo per due anni, fino al 1262, quando Simone Boccanegra fu deposto e mandato in esilio. Nel 1451 il Palazzo divenne sede del Banco di S. Giorgio, banca tra le più efficienti e organizzate d'Europa, che gestì l'economia della Repubblica di Genova fino al XVII secolo.

Le guide illustrano, con estrema precisione il ruolo di questo palazzo come banca o monte di pietà. Ne descrivono la storia della fondazione, la decorazione esterna e la conformazione interna delle sale. Anche i viaggiatori risultano essere incuriositi dal ruolo del palazzo e dalle regole di prestito: Montesquieu, ad esempio, lo descrive con le seguenti parole, non troppo lusinghiere: «S. Giorgio è una banca, dove tutti portano il loro denaro e lo ritirano senza riceverne interesse, e la banca guadagna sul denaro contante. San Giorgio è una specie di Monte di pietà, che, avendo fatto prestiti alla Repubblica e avendo ricevuto in cambio fondi di garanzia, paga il 2 e mezzo per cento a coloro che lo hanno sovvenzionato».



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Le Guide

Carlo Giuseppe Ratti, scrive: «Casa Illustrissima di San Giorgio nella cui ampia sala son molte statue di Patrizi in marmo con sotto le iscrizioni, che ne palesano il nome, ed il merito. Sopra il Trono ossia luogo, ove siedono gl'Illustrissimi Protettori è una grande e bella tavola di N. Signora col Bambino, e i Santi Battista, e Giorgio, di Domenico Piola, e altra cogli stessi Santi vedrete in altra stanza del pennello del Paggi. Su della porta, che a medesima stanza conduce, c'è un gruppo in marmo figurante un Grifo, simbolo della Repubblica, il quale preme un'Aquila stemma dell'Imperator Federico, ed una Lupa altre volte insegna de' Pisani, e sotto vi si legge:
GRIPHUS UT HAS ANGIT
SIC HOSTES GENUA FRANGIT.
Un tale emblema allude alle guerre, ch'ebbero i Genovesi con Federico, e i Pisani
».
                                                                          Paola Bottaro



L'Anonimo Genovese scrive: «Da Piazza De Marini viensi a quella del mercato di Chiappa. Al lato destro è la strada della Dogana e Casa di S.Giorgio. Questo vasto edificio, in cui risiedeva la Casa o Banco di S.Giorgio celebre nella storia di Genova per le sue ricchezze, per il suo credito e per la sua potenza perchè di molti paesi fu assoluta padrona e conquistatrice, ergersi maestoso da tutti i lati; nella strada ove ha l'ingresso principale, in quella al Ponte Reale, sulle mura del porto e sul mercato di Chiappa.
Al vederla dall'esterno, con tutti i suoi balconi e finestre inferriate abbastanza, annunzia essere un luogo di gelosa custodia e per tale prima della Rivoluzione era tenuto; imperocchè oltre al credito di rappresentanza di quattrocentomila azioni o luoghi, ciascuna delle quali vendevasi al valor di 230 e più lire genovesi all'epoca suddetta, era una banca di sconto per tutte le operazioni di giro e di banco e di cauto deposito [...]».
Dopo una breve introduzione sul ruolo che il Banco di S.Giorgio ricopriva in città, il nostro redattore passa alla descrizione dell'interno del palazzo, degli uffici e delle cariche ospitate nelle sue sale: l'Assemblea generale degli azionisti, i magistrati, le segreterie, la contabilità. Le sale erano tutte adorne da statue e busti di marmo degli uomini che concorsero a formarvi capitali di credito. Al piano terreno era la Dogana «nella lunghezza dello sfondo da levante a ponente dell'edifizio; si esce per una porta che è in faccia a quella che introduce al Portofranco; fra le due è la porta della città per cui entrasi sul ponte o scalo detto de' Mercanti o della Mercanzia. Egli è inferiore in bellezza a quello del Ponte Reale, ma pure assai vasto e spazioso; fu ampliato dall'architetto Gio Giacomo Aicardo, il quale ne ornò anche la porta in rustico.»


                                                                           Federica Rabai



Davide Bertolotti, racconta che nel XIII secolo, nella città marittima di Sarìa, in Acri, i genovesi avevano un palazzo e una torre chiamata Mongioja, ma i veneziani, alleati con i pisani e con i provenzali, assalirono la colonia genovese di Acri e li costrinsero ad abbandonare la terra.
I genovesi avevano aiutato Michele Paleologo a restaurare l'impero greco e il riconoscente imperatore donò ai genovesi in Costantinopoli, un gran palazzo che era dei veneziani. «I Genovesi dirupinarono a suon di tromba quel palazzo insino ai fondamenti e ne portarono in Genova molte pietre con le quali diedero principio a fabbricare la casa di San Giorgio.
[...] Entrate ne' suoi archivj e troverete preziose ed autentiche memorie di quelle grandi colonie che i Genovesi fondarono nel verde Egitto sino alle estremità dei Pontici regni. Ivi sta l'unico esemplare che sia al mondo del più perfetto codice coloniale de' medii tempi, intitolato Statuti di Gazarìa. Perchè Gazarìa chiamavasi in quell'età la Crimea, e Caffa, città genovese, n'era la capitale [...] Ivi stanno i cartulari delle compere di Caffa, di Scio, di Famagosta; ed infiniti altri documenti dello splendore a cui erano venute le fattorie genovesi in Oriente.
[...] Ma tutto ciò non è che una parte degli archivj di San Giorgio. Quelle sale sono colme de' cartulari dell'ufficio. E l'Ufficio di San Giorgio fu il modello della compagnia inglese nelle Indie Orientali [...] Era la cassa pubblica della città, il depositario delle ricchezze de' cittadini, l'amministratore di quasi tutte le rendite della repubblica. I suoi luoghi fruttavano interesse; il cittadino che volea beneficar la patria o i proprj discendenti in tempi lontani, lasciava de' luoghi a moltiplico; questi ogni anno venivano moltiplicando co' frutti, formanti capitale a lor volta e producenti altri frutti. Volete ora conoscere qual fede s'avesse in quell'ufficio, in que' moltiplichi, e quanto generosamente operassero in vantaggio del pubblico alcuni cittadini degni d'eterna memoria? Scendete nella vastissima sala, e riguardate a quelle statue. Sono statue di un Vivaldi, di due Lomellini, di un Grimaldi e di altri patrizj che lasciarono grandissime somme di denaro, affinchè pervenute queste alla congrua moltiplicazione, andassero i loro frutti in disgravamento delle tasse che più moleste riuscivano ai cittadini.»

                                                                             Martina Mazza



Federico Alizeri, nel Manuale del forestiere per la città di Genova del 1846 narra le origini di questo antico palazzo edificato per volere di Guglielmo Boccanegra dopo il 1260, e proseguito per conto del Governo dall'architetto frate Oliviero de' frati di S.Andrea di Sestri come ricorda una originale lapide nel vestibolo: «Urbis praesentis capitaneus existens Buccanigra Guilielmus fieri me jussit; postmodo pigra non cura sursum me transtulit aetatis in usum frater Oliverius vir mentis acumine dives». Continua accennando dove abbiano avuto avvio le cosiddette compere di S.Giorgio.
Dopo i cenni storici, procede, come di consueto, con la descrizione artistica del palazzo. Parte dalla facciata, ornata da un affresco di Carlo del Mantegna: S. Giorgio nell'atto di abbattere il dragone.
Il lato a mare presentava un affresco di Lazzaro Tavarone (corroso, all'epoca, dall'aria marina) rappresentante il Santo che trafigge il drago. L'interno del palazzo è arredato con statue del XV secolo , e una tela con la Beata Vergine di Domenico Piola.
Alizeri descrive così Palazzo S. Giorgio: «Sappiamo che nel 1148 la Repubblica, per le molte spese occorse nelle guerre di Tortosa e d'Almeria rimasta indebitata, e non avendo di che soddisfare i creditori, per essere oltremodo esausto il pubblico erario, si appigliò al partito di assegnare al corpo de' creditori le rendite di alcuni dazii pubblici, colla facoltà di amministrarle e goderle fino a un certo numero d'anni, finchè non venissero colle medesime rifatti de' propri interessi. Spenti questi primi debiti, nell'andar de' tempi altri ne sottentrarono, e tant'oltre andaron le cose, che delle rendite pubbliche più non restava al Governo tanto da sopperire alla spesa ordinaria. Perciò nel 1407, radunatasi gli anziani, gli uffiziali della provvisione e della moneta, e il governatore, elessero una deputazione dalla quale si liquidassero i luoghi delle compere, si disaminassero i conti, e si riscuotessero le assegnazioni. [...]
Liquidati adunque i vecchi debiti, una sola compra venne istituita e posta sotto l'invocazione di S.Giorgio, designandosi una quantità di dazii per pagare con questi gli interessi, ed accumulare un capitale serbato alle straordinarie spese che potessero occorrere. [...] Da quel momento in poi la Banca di San Giorgio divenne in tutto indipendente dal governo; e tanto si avanzò in ricchezza da entrar perfino in possesso d'isole e di città, cedute a pagamento dalla Repubblica».

                                                                            Federica Rabai



Giuseppe Banchero, afferma: «La facciata di questo palazzo è formata di pietre riquadrate che vanno fino al primo piano. É liscio senz'ornamenti con un antico affresco nel mezzo quasi nero dal tempo e dalla polvere. Rappresenta S. Giorgio a cavallo in atto di abbattere il fiero Drago, espressovi da Carlo Del Mantegna pittore lombardo chiamato in Genova da Ottaviano Fregoso sul principio del secolo decimosesto. [...] Era, secondo l'uso di quei tempi lumeggiato ad oro con incredibile accuratezza. [...]
Questa facciata è sostenuta da cinque arcate a sesto acuto rette da quattro proporzionate colonne e un pilastro all'estremo de'fianchi. [...] La catena sospesa è una parte di quella che chiudeva il porto pisano distrutto da Corrado Doria nel 129».
Riguardo all'interno, afferma: «Salendo per la comoda scala al piano superiore un grandioso atrio vi conduce alla porta della gran sala delle Congreghe generali.[...] In questa sala [...] una bella tavola di Domenico Piola rappresentante Nostro Signore col Bambino, S. Giambattista e S. Giorgio. [...] La sala di S. Giorgio è la più vasta e qui sono migliaia di libri. Vengono quelle di S. Bernardo, di S. Giambattista con sopra la porta una lunetta in tela con entrovi la Madonna, il Bambino e S.Giorgio, dipinto molto bello di scuola genovese».

                                                                            Davide Ferraris



Burckhardt, scrive: «Il realismo quattrocentesco si manifesta per primo forse per moto spontaneo, fors'anche per una suggestione esterna che potrebbe essere stata originata da Jacopo della Quercia, nelle statue onorarie di cittadini benemeriti. Sono circa una dozzina, appartenenti a questo periodo; trovansi, mescolate con altre più nuove, negli ambulacri e nella sala principale del Palazzo di San Giorgio al porto [...]. Nonostante un aspetto ed un atteggiamento goffi, nonostante un drappeggio che talora è rozzo, nelle teste ed anche nelle mani è stata raggiunta l'espressione della vita individuale, talora in modo addirittura perfetto. (Queste statue sono pregevoli anche per la storia del vestiario).»

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Federico Alizeri, nella Guida illustrativa del cittadino e del forestiero per la città di Genova e sue adiacenze, consiglia al viaggiatore di visitare il Palazzo delle Compere di S.Giorgio nonostante il brutto aspetto che si presenta di fuori.
Una piccola insegna di marmo murata sotto l'arco racconta che le origini del palazzo risalgono al 1270 per volere di Guglielmo Boccanegra Capitano del popolo. Frate Oliviero monaco di S.Andrea di Sestri, lo accomodò a sede dei Capitani avvenire.
«Le forme colle quali è costrutto rispondono all'epoca sovraccennata; cinque archi ad ogiva, imposte a maschie colonne e coronati da un ordine di beccadelli sostentano il primo solaio che s'apre in altrettante finestre di mezzo tondo; superiormente e assai presso al tetto quattro luci poco men vaste, ma triforate con colonnette che s'impostano da un capo all'altro. E' schietto esempio e caratteristico di quella architettura medioevale che appellano lombarda[...] .
Due rozze teste di leone conflitte nel vivo delle pietre sui lati estremi de' due pilastri, sien parte de' trofei trasportati dal palazzo de' Veneziani distrutto a Costantinopoli. Il palazzo divenne più tardi proprietà della Banca che s'intitolò di S.Giorgio».
Alizeri si inoltra a visitare l' edificio; salendo le scale osserva le statue che, a suo parere, non sono conservate nel miglior modo. Vede per prima quella di Giano Grillo, scolpita nel 1549 da Giovanni Giacomo della Porta, di fronte Dario Vivaldi che provvide alla sorte dei poveri ed estinse parecchi tributi. A questa figura, meno curata della compagna, hanno lavorato due maestri, nel 1555 Giovanni Giacomo della Porta e poi Giovanni Giacomo da Valsodo. Nell'atrio vi sono due statue, somiglianti fra loro, costruite fra il 1473 e il 1475 da Michele d'Aria. A destra è rappresentato Domenico Pastine da Rapallo, a sinistra Luciano Spinola. Della stessa mano è l'immagine di Ambrogio Negrone scolpita nel 1490. Di fianco le sta seduta la statua di Pietro Gentile.
Alessandro Pinello e Benedetto Imperiale furono scopliti da Giacomo Carlone nel 1556. All'ingresso della gran Sala si trova il simulacro di Gerolamo Gentile, eseguito nel 1538 da Giovanni Giacomo della Porta e, secondo Alizeri, dal figlio Guglielmo, in realtà il nipote. La figura di Battista Lercari, spiacente nella posa e trascurato nei panni è del maestro Bernardino di Novo.
Inoltrandosi nelle Camere si trovano altre statue di raro pregio. In quella che è l' Archivio della Dogana, "entro una nicchia fregiata a colonne e a timpano", siede Ansaldo Grimaldi, una delle più belle opere dei Della Porta, scolpita nel 1537. Nella stessa stanza si trova l'effige di Melchior Negrone, eretta nel 1572 per mano di Battista Perolli. Nella Sala dei Commissari alle visite ritroviamo Giovanni Giacomo della Porta con la statua di Gioachino da Passano del 1544. A sinistra vediamo Francesco Vivaldo in un bellissimo intaglio a rilievo che lo mostra seduto e quasi in colloquio con chi guarda, ad evidenziare l'acceso affetto per la sua patria. L'opera è di Michele d'Aria. Ai lati della finestra si trovano le statue di Antonio Doria e Luciano Grimaldi attribuite alla mano di Antonio della Porta, detto Tamagnino.
Il portale dell' Ufficio dei Manifesti, "che è sala preziosa e degna", si adorna di un bassorilievo di Michele d'Aria che rappresenta S.Giorgio. Entrando nella sala, l'occhio viene subito colpito da un grandioso ed elegante Camino, ordinato dai Protettori nel 1544 a Giovanni Giacomo della Porta. Al di sopra è collocata una tela del Paggi rappresentante S.Giorgio in adorazione di Maria. Nella Sala destinata in antico alle pubbliche udienze, si trovano molte statue. Basta accennare a quella di Manfredo Centurione, opera di Taddeo Carlone, Francesco Oncia di Giovanni Orsolino, Giulio da Passano e Raffaele Salvago del Valsoldo, contrapposte alle statue di Angelo Chioccia e Andrea de Fornari di Tommaso Orsolino.
Degna d'osservazione è la statua che siede in una magnifica nicchia , ornata con colonne e splendide quadrature, che rappresenta Battista Grimaldo, l'opera è di Pier Maria di Novo.
Descrive quindi la statua di Francesco Lomellino, rappresentata con un bel volto, i panni scendono in larghe pieghe e vestono tutta la persona con eleganza e dignità. Fu fatta nel 1509 da Pace Gazino da Bissone.
La facciata a mare è così descritta dall' avvocato Alizeri: «Nè tanto si tennero paghi ad aver decorosa quanto vediamo nel dentro la Sala, che sull'infuori ove sporge al mare, la lasciassero nuda di fregi e disadorna di pitture. Discopro [...] che Andrea Semino fin dal 1590, [...], si sobbarcò all'ardua impresa di storiare la smisurata fronte: e le carte discorrono i venti impetuosi e le sferze della canicola, ond'era affaticato quel prode artista durante il lavoro di presso a due anni. Ma nocque più ancora la salsedine all'opera, e in breve età se ne andarono a vuoto le lire seicento promesse e sborsate al pittore.
Però che non più tardi del 1606, rialzati i medesimi palchi, vediamo quel forte pennello di Lazzaro Tavarone a ritentare la prova, e a rinnovare le immagini, che sono il San Giorgio vincitore del mostro e Virtù [...], e varj putti con simboli.»
Prima di passare al successivo palazzo, Alizeri spende qualche parola nell'elogio dell' Archivio "entro il quale si chiudono le carte di quella sterminata e meravigliosa sapienza che furon le compere".

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--Claudia Peirè 16:01, 2 Jun 2010 (CEST)

I Viaggiatori

Charles-Louis de Montesquieu, nel brano tratto da Il viaggio in Italia, descrive le sue impressioni sulla Repubblica di Genova, in occasione del suo arrivo nel 1728 e cita Palazzo S. Giorgio. Le parole dle grande scrittore francese sono decisamente poco lusinghiere: «La Repubblica è infinitamente povera. Il reddito pubblico può arrivare a 6 milioni. Ma la maggior parte è ipotecata dal Banco di San Giorgio, che, avendo fatto prestiti alla Repubblica per le sue necessità, ha ricevuto la maggior parte del suo reddito in garanzia. San Giorgio è una banca, dove tutti portano il loro denaro e lo ritirano senza riceverne interesse, e la banca guadagna sul denaro contante. San Giorgio è una specie di Monte di pietà, che, avendo fatto prestiti alla Repubblica e avendo ricevuto in cambio fondi di garanzia, paga il 2 e mezzo per cento a coloro che lo hanno sovvenzionato». E ancora, parlando dei genovesi: «Hanno tutti i loro fondi a San Giorgio, che è una specie di banca; e, quando vogliono pagare, fanno un giro di partite».

                                                                           Paola Bottaro 



Charles Dupaty nel suo Lettres sur l'Italie afferma: «[...]Uscendo dal Porto Franco, sono stato a visitare il banco di S. Giorgio. Ė là, che rinchiuso sotto cento chiavi, c’è la parola di questo grande e terribile enigma; se la banca ha dei miliardi o se deve dei miliardi. Questo enigma è la salute dello stato, e in parte la sua ricchezza.[...]»

Traduzione di --Gabriele Lo Nostro 19:52, 3 Dec 2006 (CET)


--Claudia Peirè 16:15, 2 Jun 2010 (CEST)

Bibliografia Guide

  • Alizeri Federico, (Attribuito a) Manuale del forestiere per la città di Genova, Genova, 1846 pag .247-251
  • Alizeri Federico, Guida illustrativa del cittadino e del forastiero per la città di Genova e sue adiacenze, Bologna, Forni Editore, 1972 pag. 35
  • Banchero Giuseppe, Genova e le due riviere, Parte III, Luigi Pellas Editore, Genova, 1846, pag. 383-384
  • Bertolotti Davide, Viaggio nella Liguria Marittima, Vol. II, Torino, Eredi Botta Editori, 1834, pag. 236
  • Burckhardt Jacob, Il Cicerone. Guida al godimento delle opere d’arte in Italia, Sansoni, Firenze 1952, pag. 674-675
  • Poleggi Ennio e Poleggi Fiorella (Presentazione, ricerca iconografica e note a cura di), Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818, Genova, Sagep, 1969 pag.
  • Ratti Carlo Giuseppe, Istruzione di quanto può vedersi di più bello in Genova in pittura scultura et architettura autore Carlo Giuseppe Ratti pittor genovese, Genova, Ivone Gravier, 1780, pag. 117

Bibliografia Viaggiatori

  • Dupaty Charles, Lettere sull'Italia nel 1785. Da Genova a Firenze a cura di Davide Arecco introduzione di Carlo Bitossi
  • Montesquieu de Charles-Louis,La Repubblica di Genova, in Pinelli Pier Luigi Addio a Genova, Genova, 1993, pag. 28 e ss.
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