Davide Bertolotti

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Davide Bertolotti

Nato a Torino nel 1784 da una famiglia di agiati commercianti, fu un ottimo conoscitore del francese e dell’inglese e si segnalò traducendo testi di autori cari al gusto preromantico del tempo, tra cui il Paradiso perduto di Milton.

Fece parte degli alfieriani – foscoliani piemontesi; poi, sull’esempio del Monti, incensò i Bonaparte (nel 1811 scrisse la canzone Alla culla di S.M. il re di Roma; nel 1813 l’ode Il ritorno del principe Eugenio Vicerè dell’Italia; entrambe le opere vennero ripubblicate, insieme ad altri suoi componimenti celebrativi, sotto il titolo: Versi Lirici ). Nel 1813 si trasferì a Milano dove cominciò a lavorare per editori locali; Nel 1814 fondò il periodico “lo Spettatore”.

Un suo articolo intitolato “la gloria italiana vendicata dalle imputazioni della Sig.ra Baronessa di Stael-Holstein e pubblicato nel fascicolo di luglio-agosto del suddetto periodico, si attirò la pungente satira di Ludovido Breme (un tempo suo amico), la riprovazione del Borsieri e del Giordani e un ironico accenno del Berchet nel finale della Lettera semiseria. L’attività di poligrafo si andava intanto estendendo anche secondo criteri commerciali: dal 1817 cominciò la serie di fortunati racconti di viaggi in Lombardia. Dal 1818 al 1834 stampò e diresse un nuovo periodico: "il Raccoglitore" poi, a partire dal 1824, "Nuovo Raccoglitore", ispirato a intenti di divulgazione culturale, per cui si avvalse largamente di notizie e di opere straniere. Tradusse La storia della decadenza di Gibbon e compilò, insieme a numerosi collaboratori, opere illustrative della storia di vari paesi. Non trascurò versi, novelle, romanzi avventurosi e sentimentali, secondo il gusto del tempo. Fu tra i primi autori di romanzi storici (La calata degli Ungheri in Italia nel Novecento, Milano 1823). A causa dell’irrigidirsi della censura austriaca, lo stesso anno si trasferì a Firenze. Ivi diresse con il Niccolini una raccolta di testi Le bellezze della letteratura italiana e, con successo, iniziò a comporre tragedie (Tancredi, Ines di Castro, Irene e I Crociati a Damasco). Tornato a Torino per redigere una descrizione ufficiale delle regioni del Regno Sabaudo su incarico del ministro sardo degli interni, G. Roget de Cholex, pubblicò, nel 1828, il Viaggio in Savona e, nel 1834, il Viaggio nella Liguria Marittima, composto nei tre anni di residenza a Genova. Successivamente, per incoraggiamento del Pellico, si dedicò ad un poema cristiano in endecasillabi sciolti: Il Salvatore, che ottenne lodi dal Mai, dal Bresciani, dal Gioberti.

Dal 1847 collaborò al periodico divulgativo Il Mondo illustrato. Protetto dai re sabaudi, aveva già composto un Compendio dell’Istoria della R. Casa di Savoia e, in occasione delle nozze di Vittorio Emanuele e di Maria Adelaide d’Austria, dedicò alla sposa un poemetto: Geografia patria. Numerosi furono i suoi scritti nella lunga carriera di poligrafo; ricordiamo: Alcune Rime (Torino, 1838), Tragedie (Milano, 1832), Racconti e pitture di costumi (Milano, 1830).

Ricevette da Carlo Alberto ordini cavallereschi e pensioni. Membro dell’Accademia delle Scienze di Torino e amico di molti letterati del tempo, non prese mai parte all’attività politica. Morì a Torino nell’aprile del 1860.

Dizionario biografico degli italiani. Treccani, Roma 1967.



Bertolotti a Bordighera
Bordighera, descritto come un castello di terra murata, si colloca sotto monti verdeggianti di ulivi, e fra poggi tutti ricoperti di palme. Un ipotetico viaggiatore si crede trasportato nell'Africa a causa del foltissimo ed ordinato aspetto di questa pianta, molto rara in Europa.

L'altura di Bordighera padroneggia uno stupendo panorama di costa marittima. Da lì lo sguardo si sposta verso Ventimiglia e sopra i diroccati castelli dei monti che la conducono a ponente; si sposta a Mentone sulla spiaggia marina; sopraggiunge verso il promontorio dove Monaco certifica il suo titolo e la sua fama; discende verso il monumento dei Romani sul colle della Turbìa; poi dichinandosi e radendo il mare, fissa il bianco faro di Villafranca, come un punto biancheggiante sopra l'azzurro ed il verde; e da là prosegue la fantastica ed azzurra linea dei monti della Provenza. Descrive una visuale che commuove l'animo di chi proviene da levante nel lusinghevole prospetto del paese dove ci si reca, e risveglia dolci memorie a chi, venendo da ponente, rivede come in un panorama quei luoghi dai quali ormai gli conviene lasciare.

Se il nostro secolo non fosse stato sporcato da quelle vicende sentimentali nelle quali l'omicidio racconta la storia e il suicidio la catastrofe, potrei descrivervi con romanzesche parole una miserabile, ma purtroppo vera, vicenda avvenuta a Bordighera nel 1703. Ecco in semplice stile come qui la narrano.
-Un giovane natìo di Bordighiera s'accese di una fanciulla della sua terra. Erano pari amendue in avvenenza e in civil condizione. Ma perchè la giustizia a que' tempi lasciando cader le bilance e dormire la spada, mal pesava le colpe e più rado le castigava, reputavasi ne' giovani nobil fierezza il portar arme ed usarle. Anzi la sanguinosa vendetta di lieve offesa era da molti esaltata con lode, Un tristo comune trascina gli uomini al peggio, ed il giovane amante erasi fuor di modo lasciato trasportare al piacere di essere universalmente temuto. I parenti della ragazza, e per questa e forse per altre men degne ragioni, ne attraversaron gli amori. Essi le dipinsero il suo innamorato come un uomo di sangue e di corrucci, e la tirarono a promettersi sposa ad un altro. Divampò per terribil ira a tal novella il petto del fiero garzone.
Veniva la sera. La giovinetta in compagnia di sua madre passeggiava tra le palme ed i limoni dell'orto domestico. L'inferocito amante la vide da una fessura del muro di cinta. Egli scavalcò quel muro e lanciandosi sopra l'infelice donzella, gridò: "Poichè tu non devi esser mia, nessuno ti dee possedere". Ed a colpi di coltello la trucidò nelle braccia della madre che invano si travagliava a difenderla.
La sera del dì seguente il feretro della giovine uccisa, coperto di funebre velo, giaceva nella chiesa della parrocchia. Il delirante assassino entrò in quella chiesa, alzò il velo che nascondeva

                                                           Enrico Luly


Bertolotti a Sanremo
Bertolotti parla di Sanremo nel suo Viaggio nella Liguria Marittima del 1834. Inizialmente (pag. 18) la cita fra le tappe del suo viaggio mentre descrive l'idrografia della costa ligure e francese. Poco oltre (pag. 20) ne descrive la metereologia particolarmente mite, tornando a parlane in una nota di pagina 114:

-Le lodi della dolcezza del clima sono comuni a tutta la spiaggia Ligustica dal Varo alla Magra. Imperciocchè la stessa per tutto è un bel circa la Flora, vero indizio della temperatura. Havvi, non è dubbio, alcuni luoghi più caldi nell'inverno, come Mentone, San Remo, Nervi, Monterosso, ecc., ne' quali è quasi insolito che il mercurio scenda al punto della congelazione, perchè ben riparati dai venti boreali. [...]


Una ventina di pagine più avanti (pag. 40), Bertolotti torna a parlare del clima di Sanremo descrivendone gli effetti sull'agricoltura mentre a pagina 89, nella Lettera II, descrive una pratica legata all'allevamento nella zona tra Antibes e Sanremo:

-[...] A Mentone, a San Remo, i limoni, gli aranci, i cedri sfoggiano l'oro pallido e l'oro carico delle poma loro in mezzo alle verdissime e rilucenti lor foglie. [...]

-<<Da' pascoli estivi, essi conducono le greggie loro nelle piaggie marittime sino al ritorno della bella stagione. Colà provveggono gli abitatori della costa, da Antibo a San Remo, di agnelli, di capretti e di latte.


La Lettera XXV, sempre contenuta nel Viaggio nella Liguria Marittima, è intitolata Da Ventimiglia a San Remo e descrive il paesaggio dal confine francese fino a Sanremo, paese dopo paese, mostrando la destinazione finale del tragitto quasi come un'apparizione:

-L'Ospedaletto è borgo di poche case. Sulle spalle del monte che poi sporgendo nel mare forma il capo di San Remo, siede il villaggio della Colla. Voltato il capo, giocondamente s'appresenta San Remo.


Gran parte delle successive lettere XXVI XXVII sono dedicate a Sanremo:

-<<Sponde amate ove ogni fiore / Di natura apre un sorriso, / Su pel mare un grato odore / Vi palesa anche al nocchier / E d'Italia il paradiso / ben vi chiama il passeggier>>. Questi versi sono di un poeta di San Remo il quale così loda a cielo la sua patria. Ma quanto egli dice della fragranza de' fiori che depredata dall'aure si sparge di lontano sull'onde, è verità notissima ai naviganti. Nè io credo di fallire al segno, affermando che l'Ariosto ne' Cinque canti ebbe specialmente in mira o San Remo, o Nervi, od ambedue queste terre. E ciò nel passo ove descrivendo il viaggio della galea di Gano, dopo d'aver detto: <<Indi l'Alpe a sinistra apparea lunge>> / Che italia in van da' barbari disgiunge,>> continua a cantare: <<Indi i monti Ligustici e Riviera / che con aranci e sempre verdi mirti, / Quasi avendo perpetua primavera, / Sparge per l'aria i bene olenti spirti>>. Imperciocchè, contemporaneamente all'Ariosto il Giustiniano scriveva: <<Il territorio di sanremo è tutto pieno di citroni, limoni cedri ed aranci, non solamente dilettevoli al vedere e buoni al gusto, ma di grande utilità; come che questi frutti si portano per mare e per terra in più luoghi. Vi sono ancora in moltitudine gli alberi di palma... Gli ebrei di Alemagna e d'altri luoghi mandano a comprar dei cedri per la solennità de' Tabernacoli a San Remo...>> San Remo, veduto dal mare, presenta la forma di un triangolo, la cui base è il lido; ed il vertice è la regolare cupola del santuario addimandato della Costa dall'altura ove sorge. Sette colli fanno da corona a San Remo, interamente vestiti di olivi, di cedri, di limoni, di aranci, di palme, di mandorli, di fichi, di melagrani. Ma i monti del fondo raunano forse troppo innanzi la chiostra loro, per quanto è della vaghezza della veduta che circoscritto ha l'orizzonte. Essi però difendono dai venti il suo territorio, che trovandosi tutto aprico ed esposto al mezzogiorno produce in tanta copia e bellezza i frutti di quelle piante, consolatrici degli occhi, e rammentatrici delle più ridenti pitture poetiche. Sanremo è terra popolosa, non annoverando meno di 11.000 abitatori. I più de' quali coltivano gli odoriferi loro giardini, i loro fruttiferi colli, e si ritirano nella terra al cessare delle campestri fatiche. Di ciò nasce che agli occhi dello straniero, San Remo tenga sembianza di una città di contadini. Non pertanto il Galanti afferma ch'essa <<è una delle più belle città della costa Ligure, >> e per molti lati egli non esce dal vero. I terrazzani di San Remo beevano un'acqua fetida, alla quale si attribuiva la frequenza ne' corpi umani dell'orribile tenia. Ora limpide e abbondevoli fontane spargono la freschezza e la salute in ogni angolo della montuosa loro città. Egli è mercè delle cure di un loro vice-Intendente che gli abitatori di San remo veggono le Najadi dei colli vicini versare dentro le lor mura la confortevole urna (l'acqua fu condotta in S. Remo dalla distanza di 5000 metri lineari). Ed è sua mercè pure che i leggieri calessi e le pesanti berline scorrono agevolmente ora, dove i muli tentavano con l'unghia il terreno prima di stampar l'orma sull'orlo degli abissi vertiginosi (la strada littorale, aperta nella lunghezza di 44,600 metri lineali). Ma gli amatori dell'italica Talìa ammireranno in udire che quest'amministratore è l'autore del Filosofo celibe, della Lusinghiera, delle Risoluzioni in amore.[...]


-Nel 1728 avendo l'ufficio di San Giorgio in Genova posto certo gravame nella riviera di Ponente, i popoli di San Remo, spalleggiati, a quanto corse fama, da un possente vicino, ricusarono di soggiacere al carico, e licenziati i giusdicenti della repubblica si misero in armi. Genova mandò navi e armati per soggiogarli. Ma il principe di Monaco si fece mezzano di pace, ed essendosi la repubblica mostrata moderatissima negli accordi, le cose si acchetarono, e fu sopito l'incendio. Tuttavia rimase qualche caldo negli animi, e nel 1753 si rinnovarono le discordie che per più anni durarono. Fu in quel mezzo che un anonimo compose, e diede poscia in luce uno scritto tendente a provare <<che la repubblica di Genova avea fatto disegno di ridurre a poco a poco sotto il suo dominio le città della riviera di Ponente, vincolate con lei mercè di alleanze ineguali, e dipendenti del resto e immediatamente dall'impero.>> Risposero i Genovesi per provare <<il Gismondi, lasciati due anni in sull'albero. L'inverno del 1820, d'infame rimembranza pei San Remesi, fece calare il termometro a 3°5, e gelò tutte le piante di agrumi, precipua loro ricchezza. Per la vendita di questi frutti evvi in San Remo un magistrato speciale. La storia c'insegna che la navigazione fioriva altre volte a San Remo, e nelle sue marine. Prima del 1797 essa adoperava 80 bastimenti di gran cabotaggio; ora son ridotti a 3. La spedizione di Egitto consumò i primi; la mancanza de' traffichi non lascia crescere il numero dei secondi. Gli abitatori di San Remo sono d'indole mansueta e portata al bene. Non evvi chi si ricordi di un omicidio, commesso da un natìo del paese. Sin ne' villaggi più alpestri tutti mostrano il bel desiderio di cacciar da se l'ignoranza, fontana di sventure e delitti (in S. Remo è un Collegio comunale frequentato da 400 alunni). Michelangelo da San Remo fiorì nella scienza delle lingue dotte verso il principio del 17° secolo. Nacque in San Remo e vi morì di 66 anni (1793) Francesco Maria Gaudio, delle scuole pie, professore di matematiche miste nella Sapienza di Roma. Fu insigne specialmente nell'idraulica. I sommi pontefici lo adoperarono nel regolar le acque de'loro stati. Gli amatori delle naturali bellezze debbono saper buon grado al P. Gaudio dell'aver egli impedito che non si guastasse, come erasi divisato, la famosa cascata delle Marmore sopra Terni: la quale cadendo dall'altezza di 300 piedi, e formando un'infinità di arcobaleni, è reputata la più bella di tutta l'Europa, e fu cantata da Lord Byron in versi evidentissimi. Papa Pio VI e il gran duca Leopoldo lo tennero in molta stima. Il barone di Zach mostrò far gran conto delle sue opere a stampa. La chiesa dell'Assunta, detta il Santuario della Costa, nobilissimo tempio in luogo d'aria sanissima e di larghi prospetti ha 4 colonne torse d'alabastro fulvo pallido. La galleria Borea è ricca di preziosi dipinti. Nel giardino Gismondi sorge un bell'albero di gaggìa (Acacia Farnesiana), pianta che altrove per lo più non è che un arbusto.


                                                      Alessandro Gimelli
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